Testo e Fotografie di Lorenzo Barsotti

“Da questo momento i cittadini della Germania Est possono entrare da uomini liberi, senza nessuna restrizione, nel territorio della Germania Ovest”. Parole pronunciate da Günter Schabowski, il portavoce della Repubblica Democratica Tedesca, la Deutsche Demokratische Republik (DDR) e dichiarate durante la conferenza stampa del 9 novembre 1989. Una frase che però fu un clamoroso equivoco. Infatti, il funzionario avrebbe dovuto dire che gli abitanti della DDR potevano richiedere e assicurarsi nuovi permessi speciali per entrare dalla Germania Est nella Germania Ovest. Ma ormai le parole erano uscite. Di fatto furono più forti di una picconata e quel giorno il Muro di Berlino cadde. La dichiarazione dette il via all’esodo, ponendo fine alla separazione tra le due Germanie.
In seguito a quella conferenza stampa, le testimonianze ci raccontano di una notte caratterizzata da molta euforia, che fa da contraltare a 28 anni spesi ad accumulare rabbia e frustrazione all’ombra del Muro. Una volta circolata la notizia della sua caduta, migliaia di Berlinesi si riversarono per le strade della città e si gettarono con gioia nell’opera di abbattimento della barriera. Nel caos generale di quel giorno, le uniche a non essere informate furono le guardie di frontiera che, ignare degli avvenimenti, si trovarono ad affrontare orde di persone che volevano passare a Berlino Ovest. In questa circostanza, fu davvero un miracolo che nessun nome andò ad allungare la lista di coloro che erano morti a causa del Muro.

Un elenco dettagliato lo riporta il Gedenkstätte Berliner Mauer, il Memoriale del Muro di Berlino. Nel periodo in cui la barriera ha svolto la funzione di separare est e ovest, tra il 1961 e il 1989, almeno 140 persone sono state uccise o hanno subìto un incidente mortale nella zona di confine. La cifra non comprende solo fuggitivi ma anche individui che non avevano una precisa intenzione di scappare. A questi si aggiungono almeno 251 viaggiatori deceduti durante o dopo aver passato i controlli alle frontiere di Berlino. Infine, esiste un numero imprecisato di persone che nella loro vita soffrirono e morirono a causa della disperazione e del disagio provocati dalla costruzione del Muro.

Il primo nome che si può leggere tra coloro che persero la vita per mano dei militari incaricati di sparare ai fuggitivi, senza mancare il bersaglio, è quello di Günter Litfin. Poco dopo la costruzione del Muro di Berlino, avvenuta il 13 agosto 1961, per bloccare l’esodo degli abitanti orientali sempre più attratti dalla prosperità del settore ovest, vigeva l’ordine di sparare per uccidere. Nessuna barriera, solamente con la sua struttura, avrebbe potuto fermare i cittadini che decidevano di scappare. Per questo motivo si adottarono misure sempre più intimidatorie al fine di scoraggiare qualsiasi tipo di fuga. Negli anni della sua esistenza, il Muro venne completamente ricostruito e revisionato ben quattro volte. All’inizio era solo una barriera costituita da mattoni, cemento e filo spinato che seguiva la linea di confine. Dal 1965 invece diventò doppio: al centro dei due sbarramenti correva la cosiddetta striscia della morte, che includeva armamenti, torri di guardia, sensori e dispositivi di allarme. Fuggire si rivelò un’impresa quasi impossibile.


FOTO 001 – Il ritratto di Günter Litfin nella “finestra della memoria” presso il Memoriale del Muro di Berlino. Sullo sfondo, un tratto dello sbarramento rimasto ancora in piedi.

Günter Litfin era nato a Berlino il 19 gennaio 1937 ed era cresciuto con altri tre fratelli nel quartiere di Weißensee. La sua famiglia era radicata in un ambiente che non supportava il governo della Germania Est e il suo ideale politico di affermare il Socialismo. Un atteggiamento che mantenne anche il giovane Litfin e che lo portò, nel 1957, a iscriversi al partito CDU – Christlich Demokratische Union Deutschlands – di Berlino Ovest, insieme al fratello minore Jürgen.
Litfin era un sarto e lavorava presso un atelier nel settore occidentale, nei pressi della Bahnhof Zoo. Erano molte le persone come lui che, seppur abitassero a Berlino Est, esercitavano una professione a Berlino Ovest. Erano chiamati Grenzgänger, lavoratori frontalieri. Gli spostamenti avvenivano senza difficoltà perché all’inizio, nonostante le differenze politiche, la linea di confine tra est e ovest era aperta e libera. Successivamente, con la progressiva affermazione della Repubblica Democratica Tedesca, i pendolari vennero messi sotto pressione. Così, per evitare tale conflitto, Litfin aveva trovato un appartamento nel quartiere occidentale di Charlottenburg, ma non registrò la sua nuova residenza presso la polizia. Una decisione che serviva a evitare di essere considerato un disertore agli occhi della Germania Est, che altrimenti gli avrebbe impedito di rivedere tutti i parenti. Questa sarebbe stata un’interdizione che Litfin non poteva accettare perché era diventato il punto di riferimento della sua famiglia e sentiva la responsabilità di stare vicino alla madre, dopo che il padre morì nel maggio del 1961.

Il rinvio del suo trasferimento a Charlottenburg si rivelò tuttavia una mossa infelice. Infatti, i piani del ragazzo vennero rovinati in una sola notte, dall’improvvisa misura adottata dal governo della Germania Est di vietare il libero attraversamento del confine tra i due settori. Scioccato dalla notizia, il giovane iniziò a escogitare un possibile piano di fuga, non essendo in grado di sopportare l’esistenza del Muro. Il suo pensiero fu ispirato anche dai numerosi tentativi messi a segno da molti abitanti di Berlino Est che, durante i primi giorni dopo la costruzione dello sbarramento, riuscirono a scappare nel settore occidentale attraverso le zone di confine meno sorvegliate.

Günter Litfin decise di fuggire da Berlino Est il 24 agosto 1961, attraverso l’Humboldthafen, un piccolo porto che ancora oggi si affaccia sul fiume Sprea, compreso tra l’ospedale Charitè e la stazione ferroviaria Lehrter Stadtbahnhof, l’attuale Berlin Hauptbahnhof. Erano passate da poco le 4:00 del pomeriggio, quando Litfin venne scoperto dalla polizia ferroviaria che era dislocata sul ponte che sovrasta l’insenatura. Gli venne prima intimato di fermarsi, poi furono esplosi in aria anche dei colpi di avvertimento. Spaventato, il giovane cercò comunque di fuggire e si tuffò. A quel punto, una guardia sparò due volte mirandolo alla nuca e il ragazzo scomparve nelle acque. Quest’ultime appartenevano al settore orientale, mentre la sponda opposta, che il fuggitivo avrebbe voluto raggiungere a nuoto, apparteneva a Berlino Ovest. Il corpo del ventiquattrenne, ormai senza vita, fu recuperato dopo tre ore dai vigili del fuoco di Berlino Est. Nel frattempo, centinaia di persone si erano radunate sul lato occidentale per seguire gli sviluppi della vicenda e qui, ad alcuni giorni di distanza dall’incidente mortale, comparve uno striscione con la scritta: “Und wenn der Ulbricht noch so tobt, Berlin bleibt frei, wird niemals rot” – “Non ha importanza quanto si arrabbia Ulbricht – leader della DDR – Berlino resta libera, non sarà mai rossa”.

Dal 13 agosto 1961, Günter Litfin fu la prima persona a cui venne sparato intenzionalmente sul confine interno di Berlino e la sua uccisione lanciò un monito a tutti gli abitanti che avevano intenzione di fuggire. Nonostante si conoscessero le circostanze della sua morte, grazie alla notizia che in generale si era diffusa nel settore occidentale, le autorità di Berlino Est chiesero che i parenti della vittima restassero in silenzio, circa i motivi dell’improvvisa scomparsa del ragazzo, e di attribuire la causa a un tragico incidente. L’uccisione di Litfin è ricordata ancora oggi da una lapide commemorativa posta nel luogo dove il giovane Berlinese perse la vita e che fu svelata nel primo anniversario della sua morte.


FOTO 002 – La lapide posta presso l’Humboldthafen. Sullo sfondo, la stazione ferroviaria Berlin Hauptbahnhof.

Altri luoghi di Berlino ricordano Günter Litfin, non solo il cippo sulla sponda dell’Humboldthafen. Dal 31 agosto 1961, le sue spoglie riposano presso il cimitero St. Hedwig-Friedhof, nel distretto di Pankow, e Il suo nome è uno dei 13 a comparire sulle Weiße Kreuze. Un memoriale costituito da 7 croci bianche, più una anonima, con iscrizioni su entrambi i lati, dedicato alle vittime che sono morte a causa del Muro. Esso si trova sulla riva del fiume Sprea, vicino all’edificio del Reichstag, sede del parlamento federale tedesco. Inoltre, al giovane Berlinese è stata dedicata una strada nel quartiere di Weißensee, dove è nato e cresciuto. Qui, il 24 agosto 2000, la via precedentemente chiamata Straße 209 è stata ribattezzata in suo onore in Günter-Litfin-Straße. Per ultimo, ma non per importanza, c’è il Gedenkstätte Günter Litfin, memoriale a lui intitolato e dedicato a tutte le vittime del Muro di Berlino decedute tra il 1961 e il 1989. E’ stato istituito nel 1992 in una torre di guardia, ex postazione di comando delle guardie di frontiera, per volontà del fratello Jürgen, fondatore dell’associazione che lo gestisce. Si trova nel quartiere di Mitte, in Kieler Straße, lungo il canale Berlin-Spandauer Schifffahrtskanal. Da qui parte anche la pista ciclabile che, parallela al corso d’acqua, conduce all’ex checkpoint di Invalidenstraße. L’ex torre di guardia divenuta poi memoriale è quella di ultima generazione, a pianta quadrata, una delle ultime due ancora oggi visibili e, dal 1995, posta sotto tutela della legge tedesca sulla protezione dei beni culturali. Su una delle sue facciate è stata appesa una targa che, oltre a ricordare la circostanza in cui è stato ucciso Günter Litfin, riporta la frase “Wenn wir die Geschichte vergessen, holt sie uns ein” – “Quando ci dimentichiamo della storia, lei ci viene a prendere”.


FOTO 003 – Il memoriale Günter Litfin. L’ex torre di guardia in Kieler Straße.

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