Mohamad ha una storia come tanti altri rifugiati siriani. Ma lui e la sua associazione fanno qualcosa di diverso: cercano i punti di contatto tra la storia di Berlino e quella della Siria e spiegano attraverso il passato della capitale tedesca come è nato il conflitto e come le forze internazionali giocano un punto focale nel determinarne le sorti. Angela Fiore l’ha intervistato per noi, andando a scoprire anche i dettagli del suo passato e come è giunto fino in Germania.

 siria

di Angela Fiore

Il fatto che parti del Free Syrian Army a un certo punto si siano unite all’Isis e ad Al Nusra ha fatto guadagnare ad Assad il supporto delle coalizioni internazionali.

È un argomento convincente perché l’Isis è il nome internazionalmente associato con l’estremismo. [Il governo siriano] racconta [agli occidentali] che quei gruppi di ribelli che loro volevano supportare ora sono dalla parte dell’Isis, ma non è vero. I più grossi gruppi che combattono sia contro Assad che contro l’Isis contano più uomini dell’Isis stesso, ma non possono contare sullo stesso tipo di supporto di cui godono il governo o l’Isis. L’Isis ha un proprio territorio, ha il petrolio – cosa che i ribelli non hanno. Inoltre molti dei gruppi ribelli sono sopportati da altri singoli paesi, individui o gruppi, il che vuol dire che purtroppo non hanno obiettivi comuni. Sono divisi. Anche i gruppi più grandi combattono su due fronti [contro l’Isis e contro il governo n.d.r.], ma hanno anche problemi interni con sottogruppi che si aggregano sotto la stessa denominazione.

Quali sono i gruppi più importanti che dovremmo conoscere? Al momento in Europa pochi hanno idea dell’esistenza di altre fazioni oltre all’Isis e ad Assad.

Quello che gli USA hanno deciso di supportare è uno fra i tanti gruppi Curdi del nord, vicino alla Turchia. E questo è un altro dei problemi che derivano dal coinvolgimento esterno nel conflitto. Se si decide di intervenire, lo si fa per risolvere un problema o per aggravarlo? Perché il gruppo che stanno supportando al momento vuole l’indipendenza, vuole avere una propria nazione distinta dalla Siria, dalla Turchia, dall’Iran e dall’Iraq. Non entro nel merito della legittimità di questa rivendicazione, mi limito a dire che se gli USA intendono supportarli fino infondo si inimicheranno altri gruppi. Ipotizziamo che, a guerra finita, dopo aver sconfitto l’Isis, con un nuovo governo nel paese e la popolazione stanca di combattere: ecco che questa situazione scatenerebbe un nuovo conflitto. Quel gruppo vorrà il proprio stato indipendente e si unirà ad altri gruppi in Turchia, in Iraq e in Iran per iniziare a combattere per costruire il proprio paese.

Stai dicendo che, nella migliore delle ipotesi, l’Isis verrà sconfitto, Assad verrà deposto, ma ci ritroveremo con una nuova Palestina?

In un certo senso sì. E questo è solo il gruppo che gli USA hanno deciso di supportare, ce ne sono altri in Siria.

Chi sono? Quali sono i loro obiettivi?

Fondamentalmente sono gruppi di persone che hanno disertato dall’esercito siriano, oppure civili che hanno preso le armi per combattere contro il governo. Sono coalizioni locali di persone che hanno deciso di unirsi sotto la denominazione dell’Esercito Libero Siriano, che originariamente era un termine ombrello, sotto il quale si univano gruppi diversi. Era difficile mantenere una coordinazione, perché l’Esercito Libero Siriano non aveva un quartier generale. Quindi molti di questi gruppi si ritrovano isolati, senza grandi contatti con gli altri gruppi. Questo è uno dei problemi principali dell’Esercito Libero. Non sono coordinati, non hanno obiettivi condivisi. Molti di gruppi si sono ritrovati senza fondi e, non potendosi supportare, hanno cominciato ad accettare il supporto di individui in paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, il Bahrain, o dai governi stessi [di questi paesi]. Il Qatar e l’Arabia Saudita hanno iniziato a finanziare alcuni di questi gruppi, per portare avanti i propri obiettivi e la propria ideologia. E io capisco perché gruppi del genere possono essere visti come estremisti. Ma se cominciamo a etichettare tutti come estremisti e terroristi, chi sarà dalla nostra parte? Chi ci rimane a combattere [l’estremismo]? Non si sa più a chi chiedere aiuto.

Quindi il problema è che a un certo punto diventa difficile stabilire chi sono gli amici e chi invece agisce solo per il proprio interesse e offre un aiuto che va pagato a un certo prezzo.

E si può dire che è questa la strategia dei gruppi Curdi. Noi sappiamo che ai paesi occidentali piace sentire determinati discorsi. Non si tratta solo delle azioni che si compiono, ma anche delle parole che si usano. [I Curdi] hanno saputo approfittarne, per questo hanno ottenuto supporto.

Pensi che questo possa essere dovuto anche al fatto che spesso i Curdi sono più laici e meno religiosi di altri gruppi?

Certo, una gran parte di loro lo sono, ma non tutti. E visto che parliamo di laicità, c’è una gran parte della popolazione siriana che vuole essere laica. Ma quando c’è una guerra la gente tende a polarizzarsi verso gli estremi, più che a essere attratta dai portatori di pacifismo che vogliono essere amici di tutti. Sei in guerra, sei in un conflitto. I gruppi con idee estremiste, nei conflitti, compiono azioni estreme.

D’altra parte, in occidente capita spesso che l’Isis sia identificato con una religione, ignorando il fatto che la maggior parte delle vittime dell’Isis sono in realtà Musulmani…

Esatto. E per quanto riguarda i Siriani in generale, a questo punto, più del 90% delle vittime sono state uccise da attacchi e bombardamenti aerei. Il che vuol dire che a uccidere quelle perosne sono stati aerei del governo Siriano oppure Russi. Quindi: l’Isis è il vostro nemico ed è anche il mio nemico, ma non è il mio nemico peggiore. E quindi molti gruppi combattenti, specialmente nell’area di Damasco, pensano [degli occidentali]: perché dovremmo aiutarli prima che loro aiutino noi? Perché intorno a Damasco l’Isis non ha una grande influenza. Loro hanno il loro territorio nella parte orientale della Siria, dove fanno cose orribili. Attaccano le minoranze, specialmente i Chassidi: li uccidono o li riducono in schiavitù solo per via della loro religione o della loro etnia. Questo è uno dei problemi più gravi per chi vive in quella zona. Per loro l’Isis è il nemico principale. Ma per altri gruppi che stanno combattendo il regime e stanno avendo la peggio (o qualche volta anche la meglio), il problema principale, il motivo per cui si sono prese le armi, è combattere il regime, non l’Isis. L’Isis è arrivato dopo. Sono uomini orribili, vogliamo combatterli, ma i gruppi che si trovano nei territori oppressi dal regime hanno bisogno di combattere il regime. E da quello che vediamo, l’Isis e il regime non si combattono molto a vicenda, non sono realmente nemici. E la distruzione di uno porterà alla distruzione dell’altro. Ma non si può pensare di agire solo sui risultati: bisogna agire alla radice del problema. E l’Isis, che è arrivato dopo, è solo un risultato di quanto sta accadendo.

Del caos?

Sì. E il regime ha dato inizio al caos. È per questo che la gente ha deciso di prendere le armi contro il proprio governo. Perché il governo li stava massacrando e loro hanno deciso di fare qualcosa. Chiedono il diritto a eleggere un governo e [i governi occidentali] hanno promesso di aiutarli. Quando questa gente sente i politici, i presidenti [degli altri paesi] dire che bisogna allearsi con Assad per combattere l’Isis, perdono la fiducia [in quei paesi]. E se non si lavora con le popolazioni locali, non è possibile sconfiggere l’Isis.

(continua…)

Qui potete trovare la prima parte dell’intervista a Mohamad.