Berghain Berlin photo
Photo by Michael Zero Mayer©

Si torna ancora a parlare dell’iniziativa del finto shop on-line del Berghain, lanciata lo scorso novembre e che fin dal pricipio sembrava, in effetti, più un’operazione culturale che tecnicamente commerciale.
Lo shop on-line presentava orsacchiotti di pelouche con la scritta “I love Berghain”, portachiavi, palle di neve, ma anche video del celebre bouncer Sven Marquardt (o almeno qualcuno che indossava la sua maschera), ripreso per le strade di Berlino su un Segway.
A parte questo, era visibile l’annuncio, in realtà poco plausibile, dell’apertura di uno shop ufficiale a Berlino, vicino alla porta di Brandeburgo.

All’inizio il Berghain si è chiuso in un silenzio impenetrabile, e questo vale sia per i fondatori, Michael Teufele e Norbert Thormann, che per il celeberrimo Sven.
A un certo punto, però, è partita un’ingiunzione legale da parte del club, che ha portato alla rimozione dello shop on-line e alla richiesta di un impegno formale a non riproporre qualcosa di simile in futuro.

In un’intervista rilasciata a ExBerliner circa un anno e mezzo dopo l’ingiunzione, il responsabile dell’iniziativa, David Kurt Karl Roth, si è detto assai colpito dal fatto che il Berghain abbia mostrato un atteggiamento così poco incline a comprendere la natura ironica e artistica dell’intera operazione.
Ha quindi parlato della genesi del progetto, che ha come perno l’individuazione di un’analogia tra la fila che normalmente si snoda fuori dal Berghain e quella che si può osservare nei pressi della porta di Brandeburgo e, di conseguenza, tra il turismo di massa di tipo “tradizionale” e quello più “alternativo”, che ha come meta il tempio della nightlife berlinese.
“Le due cose mi sembravano così connesse, che ho pensato che sarebbe stata un’idea brillante fonderle concettualmente” ha dichiarato Roth, spiegando anche che, di fatto, non era tecnicamente possibile effettuare acquisti e che tutti quelli che ci provavano visualizzavano, regolarmente, la scritta “sorry, we’re sold out”.

Lo staff del Berghain, tuttavia, ha probabilmente agito per evitare che qualcuno potesse associare l’immagine del locale, su cui si basa la sua intera promozione, con l’estetica da “cheap souvrenir shop” che il sito in qualche modo suggeriva.
“Ho avuto problemi con H&M, in passato” ha quindi aggiunto Roth “ed è singolare come il Berghain abbia avuto lo stesso approccio e gli stessi avvocati aggressivi“.
L’intera vicenda è costata all’uomo circa 3000 euro di spese legali.

Costretto a rimuovere il fake on-line shop, Roth ha quindi deciso di giocarsi un’altra carta, prima di dichiarare definitivamente chiusi i suoi esperimenti artistici sul tema.
Sta infatti esponendo, proprio in questi giorni, i suoi “souvrenir pop” del Berghain, realizzati dalla madre e dai suoi amici, all’interno di una galleria d’arte di Mitte. Il titolo della mostra è “Bargain shop“. 

Oltre all’esposizione dei finti gadget e quattro televisori che mostrano altrettanti video di Sven, all’interno della galleria è possibile trovare anche una “statua vivente” del celebre bouncer, con la possibilità di donare un euro allo scopo di scattarsi un selfie con l’imitazione di colui che è diventato un simbolo del clubbing berlinese.
Tra gli oggetti esposti, le succitate palle di neve, 50 t-shirt, quattro maschere di silicone di Sven e una serie dei “10 comandamenti del Berghain”.

Insomma, la narrazione irriverente di Roth a quanto pare non si è fermata neanche dopo aver pagato un prezzo tanto alto. Un’ulteriore dimostrazione di quanto il Berghain non sia solo l’ossessione di chi lo frequenta.