ecofemminismo
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di Valentina Risaliti

In giorni in cui il dibattito sul cambiamento climatico e il conseguente impegno degli Stati nei confronti dell’ambiente si fa sempre più acceso, andare alla ricerca di modelli culturali in grado di analizzare il complesso rapporto esistente tra capitalismo ed ecologia si rende quanto mai necessario.
L’ascesa di Trump al potere, il suo rifiuto di ratificare gli accordi di Parigi (perfettamente in linea con i suoi predecessori) e la retorica sessista e razzista di cui si è troppo spesso fatto portavoce, sono solo alcuni degli episodi capaci di chiamare alla mente quel concetto ibrido di capitalismo patriarcale, già teorizzato tempo addietro da correnti femministe particolarmente sensibili a tematiche socio-ambientali.
Pare dunque significativo che la Rosa Luxemburg Stiftung di Berlino ospiti, proprio il 7 giugno p.v., una conferenza tenuta da Ariel Salleh, professoressa e ricercatrice australiana, tra le massime teoriche ed esponenti del movimento ecofemminista.

Conosciuta internazionalmente per il suo impegno politico e accademico, la Salleh è soprattutto nota per l’analisi dei rapporti tra patriarcato, capitalismo e globalizzazione, nonché per aver contribuito a fondare, nel 1985, il partito australiano dei Greens.
La lecture, che si terrà nelle sale della fondazione in Franz-Mehring-Platz 1 tra le 19:00 e le 21:00, s’intitola “Ecofeminism as Politics” e trae spunto dall’omonima pubblicazione che nel 1997 rese celebri le teorie della Salleh in tutto il mondo. Il titolo preannuncia, inoltre, l’uscita, prevista per questa estate, di una versione corretta e aggiornata del testo.

Ma in che modo l’ecofemminismo può rappresentare un nuovo modello politico? A questa domanda la Salleh risponde utilizzando un approccio transdisciplinare. Intraprendendo un viaggio attraverso la globalizzazione e le ideologie verdi, la scienza e la tecnologia, i diritti degli aborigeni e le questioni di genere, il marxismo e il neo-liberalismo, la ricercatrice mira a identificare un comune denominatore in grado di mettere in luce i rapporti di potere alla base del nostro attuale sistema. Va così delineandosi un parallelo tra ingiustizia sociale, sessismo e distruzione ambientale, intersezioni da sempre centrali nel contesto della teoria ecofemminista.

Sorto spontaneamente negli anni ’60 all’interno di gruppi vicini agli ambienti socialisti, ecologisti e femministi, l’ecofemminismo teorizza che le cause all’origine dell’ingiustizia sociale e dei danni ambientali siano da ricercarsi in una particolare impostazione gerarchica del pensiero occidentale.
A partire da Aristotele, una visione dicotomica del reale si sarebbe infatti affermata, portando così a definire un concetto X solo e unicamente in opposizione a un concetto Y, l’1 in opposizione allo 0, l‘identità in opposizione alla non-identità. La divisione del mondo in categorie dissimili e quindi opposte che consegue da un simile approccio (uomo-natura, maschio-femmina, civilizzato-non civilizzato), consentirebbe così una giustificazione sistematica da parte della società del dominio di soggetti classificati come superiori, a discapito di soggetti percepiti come inferiori.

Interpretati in questa luce, il sessismo, l’abuso delle risorse naturali e ogni tipo di discriminazione sociale, non sarebbero altro che manifestazioni dei complessi rapporti di potere che governano il nostro sistema e rappresenterebbero, in definitiva, diverse facce di un comune problema.

Partendo da queste premesse, la Salleh vede dunque nel capitalismo, così come lo conosciamo, niente più che una moderna variazione delle relazioni patriarcali che governano il mondo da migliaia di anni e propone di spostare il focus all’origine del problema. Ne consegue una teoria fortemente critica nei confronti dell’eurocentrismo e dell’antropocentrismo, che mira all’eliminazione della separazione socialmente accettata tra uomo e natura, così come all’abolizione della forma mentis per cui gli uomini sono riconosciuti come soggetti culturali e politici, mentre le donne vengono trattate come una categoria subordinata.

E a chi storce il naso di fronte al termine ecofemminismo, la Salleh risponde: “Molte persone pensano che si tratti di qualcosa che abbia a che vedere con la dea, l’eterno femminino, una profonda connessione della donna con la natura, ma non è nulla di tutto questo. Il mio modello politico non è essenzialista, ovvero non si basa sull’assunto che le donne siano innatamente più sensibili ai temi dell’ambiente. Si fonda però su una critica aperta al patriarcato e al capitalismo e interpreta la relazione tra la donna e la natura sulle basi di un sistema di credenze costituitesi storicamente.”

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VALENTINA RISALITI è una editor, video-producer e occasionale film-maker, con la passione per il documentario d’autore, i libri (tutti) e le teorie del complotto.
Nomade per vocazione, negli ultimi anni ha vissuto in diversi Paesi, lavorando come redattrice di viaggi, TV reporter e produttrice audiovisiva, e diventando così una vera poliglotta. Da piccola, però, voleva fare il pirata. Degna discendente di una famiglia di amazzoni, è da sempre legata ai temi del femminismo, della difesa dei diritti delle donne e al rispetto
dell’ambiente. Idealista incallita, viene spesso tacciata da amici e parenti di essere insopportabilmente critica. Ha studiato filosofia e giornalismo e ama riconoscersi nelle parole delle grandi donne del passato. Oggi vive a Berlino, dove tra un libro di Patti Smith e uno di Simone de Beauvoir, sta ancora decidendo cosa vuole fare da grande.