Pietro Benassi

di Alessia Del Vigo

L’Accademia delle Arti di Berlino ha recentemente ospitato l’ottavo appuntamento del suo ciclo di dibattiti aperti al pubblico, nonché il terzo incentrato sul tema dell’Europa. Titolo dell’evento è stato: “Europa: dall’unione economica alla repubblica?”.

Si sa, i titoli in questi casi sono spesso provocatori e servono per stimolare domande e suscitare reazioni, anche emotive, nella mente di chi ascolta, di chi partecipa. Come ospiti sul palco sono intervenuti Klaus Lederer, esponente di die Linke, Robert Menasse, scrittore e saggista, Christina von Braun, docente di Gender Studies presso la Humboldt Universität e Pietro Benassi, ambasciatore italiano a Berlino.

Si è parlato di Europa, dunque, di politica, di economia, di errori nella fase di progettazione di un’Europa unita, a partire da quel primo documento firmato nel 1957.
La questione economica svolge, nel concetto di Europa e nella costruzione della più giovane Unione Europea, un ruolo fondamentale, forse sopravvalutato e a detta di molti mal calcolato: in questa circostanza gli intervenuti si sono chiesti perché si sia deciso di cominciare con l’economia anziché con la cultura, visto che l’Europa deve essere un concetto ampio e socialmente aperto, contro ogni forma di nazionalismo e di dittatura.
Lederer, il primo a intervenire, ha puntato l’accento sulle falle nel processo di costruzione dell’Europa e ha sostenuto l’importanza di una cultura comune come collante ed elemento fondativo essenziale. Un elemento del quale, secondo l’esponente di die Linke, non ci si è preoccupati sessant’anni fa.
Menasse si è mostrato tendenzialmente d’accordo e ha puntato l’accento sulle diverse epoche e fasi che l’Europa, in questi suoi primi sessant’anni, ha attraversato. In particolare ha parlato della generazione che si è battuta per questo processo sovranazionale, di pace, libertà e democrazia,una generazione che ha subito direttamente, sulla propria pelle, le conseguenze della politica obnubilata dalle dittature, che portarono allo scempio della seconda guerra mondiale. Di questi valori ci si è spesso dimenticati negli ultimi decenni, si è persa la percezione di che cosa è stato e non ci si sorprende che con la crisi dell’euro, la moneta unica fondata nel 2003, si sia moltiplicato il numero degli euroscettici.
Von Braun ha spostato l’accento sull’importanza delle persone, della masse, e ha sostenuto che non è vero che manchi la partecipazione, al contrario. A questo proposito ha portato ad esempio le numerose manifestazioni avvenute in Polonia contro la politica antieuropeista del governo, ad opera soprattutto di giovani, e ha ricordato come persino Marine Le Pen si sia vista costretta a modificare il proprio programma, dopo aver toccato con mano il disappunto dei suoi elettori all’idea di uscire dall’euro.

L’ambasciatore Benassi ha sottolineato ciò che l’Europa è riuscita a fare, nonostante tutto: mantenere la pace per sessant’anni e favorire gli scambi interculturali e la mobilità. Proprio per questo ha ricordato l’importanza di rimanere ottimisti, in un momento in cui la crisi può alimentare un sentimento di diffidenza verso il progetto europeo, minandone lo spirito e le finalità.
Lederer ha rilanciato, sostenendo che senza nulla togliere alle conquiste di cui sopra, bisogna esigere di più, puntare al massimo e darsi da fare per avere un’Europa che sia all’altezza dei propri cittadini e delle loro aspettative.
A seguito degli interventi del pubblico, si è arrivati a parlare della possibilità di un passaporto europeo, quindi sovranazionale. Qualcuno ha sollevato la questione di una lingua burocratica unitaria per tutti gli Stati membri, ma sul punto ci sono state posizioni contrastanti.
Il pubblico ha quindi espresso osservazioni su quanto detto nella prima parte del dibatto e ha mostrato grande attenzione nei confronti degli ospiti, che si sono chiesti che cosa si possa migliorare, dove si debba agire e come sia possibile tenere in piedi quello che, da sogno e idea, è diventato realtà nel 1957.
Ma soprattutto ha dimostrato, come gli autori del dibattito, di avere a cuore quella che possiamo definire la domanda principale e prioritaria, in questo particolare momento storico e politico: siamo utopisti a credere ancora nell’Europa?