Afterhours a Berlino

di Emanuele Barletta

Gli Afterhours sono una delle mie band preferite in assoluto. È vero, non è il modo migliore per iniziare a raccontare un concerto in modo oggettivo, ma non chiedetemi oggettività quando si tratta di loro. Possiedo tutti gli album della band, e sono quasi tutti autografati. Li avrò visti dal vivo almeno trenta volte (non scherzo). E nella mia cameretta a casa in Italia ho una foto con Manuel Agnelli (risalente al giurassico della tecnologia, erano gli anni della Kodak usa-e-getta) che conservo come una piccola reliquia, incorniciata e in bella vista sul comodino. Questa la premessa indispensabile per dare un senso alle prossime righe.

Per una sera il Bi Nuu di Schlesisches Tor è di fatto una little Italy in terra teutonica. Il pubblico è più che mai variopinto e variegato. Ci sono curiosi, fan della prima ora, giovani che hanno scoperto Manuel Agnelli in versione giudice cattivissimo per quel talent show di cui neanche ricordo il nome.
In apertura arriva questa band chiamata Il Cile. Hanno l’ingrato compito di scaldare cuori e mani della platea, eseguono il loro compitino super-pop in maniera impeccabile, fredda, senza sbavature. Wikipedia mi spiega che Il Cile è in realtà il nome d’arte di Lorenzo Cilembrini, che lascio volentieri al suo sfavillante e sanremese futuro mentre vado a riflettere in sala fumatori.

Gli Afterhours, finalmente. Dunque, parentesi d’obbligo: il nuovo disco si intitola Folfiri e Folfox, curiosando in Rete scopro che sono i nomi di due protocolli medici per la cura del cancro al colon. Il disco è ispirato/dedicato alla morte del padre di Manuel Agnelli, e va detto subito: è una raccolta di canzoni monumentali, splendide, risultato di un percorso di ricerca stilistica che non sembra conoscere fine.
Alla fine saranno due ore e mezza di concerto. E non potrebbe essere altrimenti, visto il repertorio sedimentato dagli Afterhours in tutti questi anni. Ecco, qui arriva la mia piccola personale amarezza: speravo di poter ascoltare ancora una volta, per l’ennesima volta, le canzoni di un passato che sembra ormai remoto ma che nella realtà delle cose fanno ormai parte dell’Olimpo dei classici.

La scaletta, invece, spazia molto sul presente e sul passato prossimo. Folfiri e Folfox è il cuore pulsante del concerto, ed è giusto così. C’è un nuovo album da presentare al pubblico degli expat, nuove canzoni che sembrano scritte apposta per essere suonate dal vivo. Né pani né pesci apre il set, e ci sta. Per me è il pezzo più (perdonatemi) ordinario del lotto, ma Se io fossi giudice e Grande sono piccoli capolavori pop con arrangiamenti che andrebbero insegnate a tutte le nuove leve del rock italiano di questi miserabili anni.
Manuel Agnelli, ormai in piena fase santone, ha l’autorità per fare e dire quello che vuole su un palco. Ogni pezzo che ha scritto ha il potenziale del singolo spaccatutto, e al pubblico italo-berlinese regala perle su perle: La tempesta è in arrivo e Costruire per distruggere (ripescate dal recente Padania), per dirne un paio, una hit come Non voglio ritrovare il tuo nome, fino alle sempiterne Bye bye Bombay o Quello che non c’è, cantate a squarciagola da tutti.

La chiusura del concerto è affidata a Non è per sempre, e sono lacrimoni. Poco prima mi esalto come un ragazzino per Verità che ricordavo, perché alla fine sono gli album dei primi Afterhours quelli che per me hanno tracciato una linea e rappresentano un certo tipo di scrittura che in Italia sembra essersi persa per sempre.
Una Non si esce vivi dagli Anni ’80 sarebbe stata davvero troppa grazia, così come una Simbosi, o una Posso avere il tuo deserto, o 1.9.9.6.. La lista, per me, rischia di essere infinita. Alla fine si torna a casa felici e contenti, perché vedere una delle mie band preferite in uno stato di grazia del genere è sempre una gioia. 28 anni di grandi canzoni e una coerenza che pochi altri dimostrano di avere. Chiedere di più, agli Afterhours, non credo sia davvero possibile.