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di Cinzia Colazzo

Ercan Yaşaroğlu in Turchia ha studiato didattica della letteratura turca e ha svolto attività politica. Come membro di un partito illegale di sinistra, ha dovuto lasciare il paese e rifugiarsi prima in Siria, poi in Libano, dove è stato costretto a prendere parte per due anni alla guerra civile. Nel 1980 è arrivato a Berlino Est e ha chiesto asilo.
Qui si è arrangiato in molti modi, ha lavorato da Siemens, ha fatto il verduraio, poi è stato anche giornalista free lance per un inserto turco-tedesco della Taz (che da anni non esce più, ma a gennaio di quest’anno il giornale di sinistra ha lanciato una piattaforma turco-tedesca, taz.gazete, messa a disposizione di autrici e autori in difesa della libertà di stampa e in risposta alla repressione di Erdogan).

Successivamente Ercan Yasaroglu ha fondato un’azienda, la Ida Film-, Fernseh- und Rundfunkproduktions GmbH. Dal 2001 al 2004 è stato assistente sociale. Nel periodo in cui era rifugiato si riuniva con altri rifugiati nello Stadtteil Café a Kotti. Nel 2009 ha rilevato il caffè, che aveva un’immagine torbida, con l’obiettivo di creare uno spazio aperto e tollerante, un salotto in cui sia italiani che greci che latini si sentissero bene: il Café Kotti. Nessuno aveva fiducia nel progetto, ma per lui era importante avere un luogo dove poter incontrare altre persone. Ercan è ancorato a quell’edificio, che ha sempre fatto parlare (male) di sé, nel Zentrum Kreuzberg. Lì lui ha abitazione, ufficio, aula per seminari e salotto-caffè, dove ospita chiunque voglia fargli visita. “Volevo offrire un’atmosfera da Wohnzimmer, per me quelli che entrano sono tutti uguali e non mi importa quale sia la loro provenienza: legale, illegale, immigrato, rifugiato. L’importante è che rispettino le regole di tolleranza del locale e che non si offenda nessuno“.
Nel 2014 il luogo ha stretto anche solidarietà con i rifugiati: chi viveva nei campi poteva entrare e bere un caffè gratis. “I collaboratori sono talvolta anche miei clienti che hanno chiesto di poter lavorare al bar. Per me è importante che il mio locale sia un Begegnungsraum. Io imparo da tutti“.

„Jeder Mensch ist ein Informationsträger“

Dal mio punto di vista, frequento il Café Kotti, nonostante il fumo irritante, per conoscere altre biografie, per osservare dalla terrazza il travagliato paesaggio umano di Kottbusser Tor, per bere un tè turco molto buono.
Al Café Kotti si possono avere raffinate conversazioni filosofiche e affacci su Paesi diversi da altre prospettive. Ho ascoltato storie dall’Iraq, dall’Egitto, ho sentito miscugli di lingue e capito che quando noi diciamo “turchi“, stiamo indicando anche arabi e curdi, senza distinzione, quando diciamo “musulmani“, stiamo sicuramente rischiando uno scivolone. Il pericolo più grande per la comprensione è la semplificazione.
Al Café Kotti ho sempre avuto l’impressione che i clienti del bar fossero lì non solo per scelta, ma anche perché altrove si sarebbero sentiti a disagio. Chiedo a Ercan che cosa pensi del dibattito sull’integrazione nella società tedesca e quale sia la sua esperienza su questo tema dal suo osservatorio.
“È così, conferma Ercan, alcune delle persone che frequentano il mio bar, altrove non vengono accolte bene. Ci sono degli standard a cui adeguarsi. Una volta ho accompagnato tre rifugiati in un altro caffè perché a Kreuzberg mi conoscono tutti e io volevo che loro potessero andare in giro con maggiore consapevolezza, senza sentirsi rifiutati“.
Ercan è molto critico circa il dibattito sull’integrazione. “Non ci si può integrare in una società con cui neppure si viene a contatto. L’intera società dovrebbe essere un luogo d’incontro“. Secondo Ercan “la società tedesca pensa con il diritto di sangue“. Anche la sinistra è “razzista“, secondo lui. Viene diffusa una falsa propaganda, sostenuta dalla polizia, secondo cui tutti gli immigrati sono violenti, sessisti e spacciatori. Gli chiedo se faccia eco alle accuse di Erdogan, che dalla Turchia chiama gli Europei “nazisti“. “Erdogan si riferisce a un fatto, alla legge di incoraggiamento al rimpatrio volontario e all’offerta di un incentivo in marchi che il governo Kohl aveva fatto alla popolazione turca perché tornasse a casa. Comunque, non c’è politico che non faccia propaganda, da una parte e dall’altra“.

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„Quando gli elefanti si accoppiano, tutte le formiche sotto vengono schiacciate“

Mi interessa il destino di Zentrum Kreuzberg. Da qualche settimana sventolano lenzuola sul ponte di cemento sopra la Adalbertstrasse. Si tratta di 367 abitazioni sociali su dodici piani e di 90 attività commerciali. Il 90% degli inquilini è costituito da stranieri provenienti da 30 diversi Paesi. Gli affitti stanno salendo del 4% e molti non ce la fanno più a pagare. Attualmente, mi dice Ercan, il complesso ha milioni di debiti. L’amministrazione ha preso 25 milioni di credito pubblico, ma non ha eseguito le ristrutturazioni progettate. “C’è la chiara volontà di cacciare gli strati sociali più bassi da Kreuzberg. Kottbusser Tor sta perdendo umanità. Chi non riesce a pagare non si sente voluto, perde stabilità: qui era casa loro. La diversità andrà a scomparire“.
Per alcuni quel complesso è un orrendo esempio di alloggi popolari. La bruttezza innesca meccanismi perversi. Quando non si ha cura delle abitazioni che le persone devono occupare, le persone non si prendono cura delle abitazioni. Nel progetto originale dell’architetto Johannes Uhl dovevano esserci un auditorium e una biblioteca, terrazze, l’intero complesso doveva sembrare un insieme di palcoscenici sul quartiere, inondati di luce. Oggi la porzione di quartiere attorno al complesso viene designata come “sozialer Brennpunkt“, ma un investitore di cui si sa pochissimo – la Juwelus NKZ Projekt GmbH – intende acquistarlo, aumentare l’affitto, sfrattare chi non può pagare. Storie come questa formano il caleiodoscopio delle “Mieterkämpfe“, le lotte dei locatari raccontate dal film documentario Mietrebellen.

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Secondo Ercan e la documentazione del Mieterrat che mi ha passato, ieri, 19 aprile, si è tenuta una riunione dei proprietari del complesso nell’Hotel am Zoo, a cui il Consiglio dei locatari ha potuto prender parte. Con l’occasione sono state presentate 550 firme di protesta contro la vendita a investitori privati. Durante la riunione è emerso che il processo di acquisto si trova ancora allo stadio di proposta: questo vuole dire che se entro oggi, 20 aprile, Juwelus non avrà presentato al notaio la documentazione richiesta, che provi la capacità di pagare il prezzo d’acquisto, l’offerta decadrà. Chi si espone con un’offerta di quasi 60 milioni e attende l’ultimo giorno per concludere? Questa domanda apre spazio per scenari alternativi. L’amministratore delegato della Juwelus sembra essere all’estero. Con il decadere della proposta, toccherebbe al secondo offerente farsi avanti: si tratta dell’impresa pubblica Gewobag, che ha offerto 56,5 milioni. E questa sarebbe l’opzione migliore per il Consiglio dei locatari. Anche i Verdi vogliono difendere il diritto di prelazione del Quartiere. Tutti i gruppi di azione si tengono pronti e hanno già annunciato un‘assemblea generale il prossimo 25 aprile. E sicuramente la festa del Primo Maggio avrà quest’anno una grande risonanza a Kotti. La domanda resta: perché avanzare una proposta d’acquisto di 60 milioni, quando il complesso popolare è afflitto da 43 milioni di debito?