di Lucia Conti

Qualche tempo fa vi abbiamo annunciato il concerto berlinese degli Afterhours, che si terrà il 25 aprile al Bi-Nuu. Qualche giorno fa, invece, ho intervistato Rodrigo D’Erasmo e abbiamo parlato (ovviamente) di musica, del mainestram e di come una band alternative possa restare al timone per trent’anni.
Questo è il risultato della nostra chiacchierata.

Sei entrato negli After nel 2008, dopo anni di collaborazioni diverse e importanti. Com’è cambiata la tua vita da allora?

Sicuramente l’ingresso negli After ha costituito un cambiamento dal punto di vista professionale non indifferente, perché parliamo di una delle band rock più importanti d’Italia, se non LA band rock più importante. Come ricordi anche tu le mie esperienze precedenti erano state di un certo calibro, cito solo la collaborazione con la PFM, Daniele Silvestri, i Nidi D’Arac, che poi era la mia band precedente, insomma, avevo girato molto, sia in Italia che all’estero, e inciso molti dischi.
Sicuramente gli After, però, erano di un’altra caratura e questa è stata la cosa più importante per me, nel senso che sul piano musicale ho trovato la mia dimensione, quella che ho cercato per anni, sperimentando molto e cambiando tanti generi. Con gli After ho trovato un approdo felice e che mi si confaceva al 100%.

Vi siete di fatto saldati perfettamente…

Sì e tra l’altro in maniera anche non completamente prevedibile, nel senso che gli After in particolare, ma anche tutta la scena collegata agli After dal punto di vista musicale, non erano in cima ai miei ascolti. Erano di sicuro tra le tante cose che ascoltavo, ma non i miei preferiti. Invece, suonandoci, mi sono reso conto in brevissimo tempo che la band era proprio “casa mia” e questa è stata una chiave di volta importante nella mia carriera.

Gli After hanno cantato “Riprendere Berlino” nel 2008. Nel 2017 vi apprestate a suonare di nuovo in questa città. Come la state vivendo?

Beh, con grande attesa, siamo molto felici di fare questo giro in Europa. Sono cinque anni, se non erro, che non facciamo un tour europeo ed è bello poterlo vivere con questa nuova formazione, perché comunque l’avventura di una trasferta europea, il tour bus, la stretta convivenza e anche il fatto di suonare in posti più piccoli, in una dimensione più intima, e avere un contatto diverso con la gente, sarà indubbiamente un’ulteriore opportunità di crescita per questo organico e anche un modo di compattare e cementare il nostro legame sia sul piano musicale che, soprattutto, dal punto di vista umano. Siamo molto curiosi e vogliosi di partire.

Hai affiancato Manuel anche nell’avventura di X Factor e su questa cosa si è detto tutto e il contrario di tutto. Manuel stesso ha un atteggiamento dialettico verso la trasmissione e la fanbase ha reagito in modo a volte critico. Come state vivendo questo vortice che a tratti è anche polemico?

Mah, in realtà sembrerebbe tutto già rientrato, anche se per degli aspetti è normale che queste dinamiche si inneschino. C’è stato anche qualche fan che si è proprio allontanato sentendosi tradito, e per carità, ognuno è libero di fare quello che crede, ma mi fa un po’ sorridere, perché gli schieramenti nella vita sono altri, le religioni sono altre. Quindi mi è piaciuto di più chi si è posto nei nostri confonti in maniera più critica, più riflessiva, cioè chi ha storto un po’ il naso ma volendo sapere il perché, cercando di capire come mai il suo idolo o la persona in cui aveva riposto la sua fiducia artistica stesse facendo un passo del genere, che apparentemente poteva suonare come un tradimento.

Prima di X Factor, per gli After c’è stato Sanremo. E tu hai conosciuto questa dimensione da diversi punti di vista, dato che hai anche diretto l’orchestra, quando hai accompagnato Diodato.
Avendo sperimentato e vissuto in prima persona il rapporto con il cosiddetto “grosso pubblico”, che opinione avete maturato? Pensate che il mainestream sia pronto per proposte come la vostra?

Beh intanto penso che le realtà che abbiamo toccato, sia Sanremo che X Factor, siano contesti di grandissima professionalità, in cui comunque non si può che fare esperienza e da cui non si può che trarre del buono sul piano porfessionale, come crescita, come consapevolezza di quello che è il proprio progetto.
Detto questo penso che il nostro percorso sia sostanzialmente parallelo e che difficilmente tocchi il mainstream, se non in rare occasioni, com’è stato appunto Sanremo. Sanremo è stata una scelta ponderata e in qualche maniera condizionata in senso positivo dalla presenza di Bonolis, che ci ha invitato, che ci ha voluto fortemente, che ci ha coccolato e ci ha spiegato perché ci voleva lì, costruendoci intorno un terreno che ci ha permesso di esserci.
Detto questo, non possiamo negare che quando ci siamo stati ci siamo sentiti assolutamente dei pesci fuor d’acqua, questo è fuor di dubbio.
Con Diodato è stato diverso, perché è un cantante con maggiori potenzialità pop rispetto a noi, scrive delle canzoni molto più melodiche, più comunicative, più dirette e quindi è stato molto piú facile anche per me calarmi in quella dimensione. La cosa che invece, come membro degli After, sento ancora diversa, e l’ho visto anche nell’esperienza di X Factor, è che la nostra musica, per quel pubblico medio di cui parli, resta comunque troppo ostica.
Ma questo è un dato di fatto, che accettiamo molto serenamente, la nostra musica è quello di cui abbiamo bisogno, è la musica che abbiamo urgenza e necessità di fare, non c’è nessuna frustrazione da questo punto di vista e credo che anche per i nostri fan questa sia la conferma di tutto quello che hanno seguito negli anni.

In effetti anche di fronte a una platea diversa non avete modificato il vostro linguaggio…

Esatto, e un altro esempio è il nostro ultimo disco, uscito nell’imminenza della partecipazione di Manuel come giudice a X Factor. Non credo proprio che si possa definire un disco che è sceso a compromessi.

Secondo te cosa ha permesso agli Afterhours di restare attivi così a lungo e a distanza di tanti album e diverse line-up quando molte altre band, anche valide, si sono perse per strada o si sono sciolte, magari proprio quando la fama stava arrivando?

Uno dei motivi lo rintraccio proprio nel cambiamento. Credo che il cambiamento sia una risorsa enorme, se la si sa sfruttare e abbracciare in maniera consapevole e serena… anche se noi persone serene non siamo!
Rispetto al cambiamento, però, siamo disposti ad accettare tutte le sofferenze che comporta e tutte le difficoltà legate a distacchi e lutti artistici, vivendolo come un momento di crescita e come innalzamento della nostra asticella di qualità.
Credo che questo sia rimasto una costante negli anni e chiaramente va di passo con la visione produttiva di Manuel, che è veramente rara, lo dico da amico e da collaboratore. Trovare una persona come Manuel. che dopo trent’anni ha ancora la stessa lucidità e la stessa freschezza di visione musicale, non è affatto facile. È molto più facile inquinarsi, col tempo, o anche solo semplicemente adagiarsi sugli allori. In questo c’è sicuramente un’inquietudine, in lui e in noi, e parlo anche per me, che non ci fa sentire mai paghi, mai domi.
Questo non ci fa vivere bene, ma ci fa fare della buona musica.