Markthallen
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di Axel Jürs

La prima “Markthalle” berlinese in assoluto fu aperta come mercato coperto 150 anni fa, nel 1867. Si trovava a Schiffbauerdamm, vicino alla Friedrichstraße, e rispetto ai mercati all’aperto presentava numerosi vantaggi per i venditori e di conseguenza anche per i clienti. Non solo le merci erano infatti più protette dai disagi del tempo e sopratutto dell’inverno del clima continentale, ma aveva anche spazi in cantina dove i commercianti potevano deporre le merci e risparmiarsi di dover sempre portare avanti e indietro bilance, pesi e altri strumenti indsipensabili per i mercati.

All’inizio fu un esperimento che la maggioranza dei venditori non seguì, perché preferivano essere vicini ai clienti e avere la possibilità di muoversi anche nei nuovi quartieri della città in crescita. In effetti Berlino, negli ultimi trent’anni del Novecento, crebbe a dismura e in modo assai poco controllato. Dal 1871 era non solo la capitale del nuovo Deutsches Reich, ma anche il centro della nuova fede nel progresso, che si sviluppava insieme alle nuove industrie. Erano gli anni di imprenditori come Siemens, Borsig, Schering. Nel 1780 era ancora una città media di poco più di 100.000 abitanti, nel 1880 era tra le sette città più popolate nel mondo, con più di un milione di cittadini.

I contadini vendevano i terreni a prezzi esorbitanti (e con il ricavato compravano le vilette che si vedono ancora nella Hauptstraße). Gli acquirenti erano spesso speculatori che li rivendevano a costruttori e alle nuove ditte industriali che, come la Siemens, cercavano terreni per costruire quartieri interi per i loro lavoratori e per avere gli operai vicino alle fabbriche.
Migliaia e migliaia di contadini, fuggiti da ogni angolo d’Europa, arrivavano a frotte e cercavano disperatamente stanze o appartamenti per famiglie. La città intanto regalava terreni agli imprenditori in cambio della garanzia che venisse costruito un tot di nuovi appartamenti. Se il permesso di costruire palazzi non veniva seguito in tempo determinato, si perdeva il terreno insieme alla Baugenehmigung (il permesso di costruzione). Quando gli aspiranti affittuari non avevano soldi per pagare l’affitto, i costruttori inventavavano un escamotage per accelerare la procedura: “Trockenwohnen” (abitare per asciugare). Questo vuol dire che i poveri che prendevano casa in palazzi appena costruiti, pagavano affitti molto bassi accettando di vivere in appartamenti “in denen das Wasser der noch feuchten Wände literweise auf den Boden lief”, vale a dire cosí umidi che le pareti letteralmente trasudavano. La possibilità di vivere in questi nuovi appartamenti si pagava quindi con prezzi altissimi per il riscaldamento in inverno, ma soprattutto con la propria salute. E per strada la carne ed altri generi alimentari venivano venduti e acquistati in condizioni igieniche decisamente scarse e a volte allucinanti.

 markthalle Moabit photo
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Fu proprio in quel periodo storico che un medico della Charité, di nome Rudolf Virchow, aveva convinto sia la città di Berlino sia il governo del Kaiser che le malattie e le epidemie non sarebbero state debellate senza una strategia per tutta la città e neanche senza investimenti nelle infrastrutture. Insieme all’architetto James Hobrecht (progettista ufficiale della città) si inventò dunque la città sotto la città, per il trasporto dell’aqua pulita e del liquame. Al di sopra della superficie, invece, venne costruito un nuovo mercato coperto, dotato di infrastrutture e misure igeniche che a quel tempo erano rivoluzionarie.

Per un certo periodo i mercati aperti furono chiusi o persero il diritto di vendere carne e altri prodotti deperibili. In ogni nuovo quartiere si cominciava costruendo una grande chiesa e poco dopo una Markthalle. Venivano quindi costruiti i palazzi con le officine, le fabbriche e i piccoli appartamenti per gli operai, con i gabinetti nei cortili o, nel caso di quelli più “lussuosi”, sulle scale. Naturalmente era piuttosto duro, d’inverrno, uscire di notte, ma dal punto di vista igienico per la città era un grande progresso non avere più in superficie rifiuti, escrementi e il sangue della carne venduta.

Queste Markthallen storiche, di cui oggi sono rimasti pochi esemplari, due a Kreuzberg e uno a Moabit, erano a quel tempo l’orgoglio della città. Costruite con i nuovi materiali dell’industrializazione (ferro, acciaio, vetro) e con i mattoni, erano spesso edificate in un modo che ricordava le chiese, con una navata grande e alta in mezzo e navate laterali accanto. In tal modo rappresentavano anche la nuova fede nel progesso e nel “futuro industriale”. Molto interessante il fatto che, con la loro peculiarità architettonica, le Markthallen siano state anche il modello per i nuovi centri commerciali statunitensi (shopping mall), che all’inizio si avvalevano ugualmente di simboli religiosi, come ad esempio una pianta di costruzione che rappresentava una croce.

Markthalle moabit photo
Photo by Gertrud K.©

Anche negli anni del dopoguerra, a Berlino, sono state costruite nuove Markthallen, come centri del nuovo culto tedesco comunista (all’est) o consumistico (all’ovest). Poi è cominciato il periodo dei supermercati nella Germania occidentale, della quale Berlino ovest faceva parte non solo economicamente, e dei grandi “Kaufhallen” e “Konsum” della HO (Handelsorganisation, organizazzione del commercio), all’est. A quel punto le Markthallen hanno cominciato ad avere grandi problemi e a Berlino si sono di fatto salvati solo tre esemplari storici e alcune “nuove” Markthallen degli anni Sessanta e Settanta, come quella di Alexanderplatz o la “Müllerhalle” nella Müllerstraße, a Wedding.

Dopo la caduta del Muro e l’unificazione delle due metà della città le Markthallen tornarono in auge per un breve periodo. Fu però subito chiaro che, sia come rete cooperativa, sia come concetto e struttura di commercio, queste costruzioni si dovevano “reinventare”, una capacità che Berlino ha e sfrutta da sempre.
A Kreuzberg si cominciò con alimentari mediterranei, a Moabit ci si ricordò delle tradizioni mercantili, operaie e gastronomiche della città. In seguito a Kreuzberg si provò anche a variare l’offerta con una galleria di esposizioni, mentre a Moabit, nella Markthalle, c’è ora anche un teatro e i politici di diversi partiti l’hanno inoltre scoperta come “piazza d’incontro”.

Nonotante tutti i cambiamenti intervenuti, tuttavia, sono comunque rimasti certi aspetti tipici delle Markthallen: tanti venditori e clienti si conoscono e si informano sulla salute degli assenti. Il rapporto è quasi familiare e nelle Markthallen ci sono tanti venditori che conoscono i nomi dei bimbi dei loro clienti.

Mi ricordo che quando i nostri figli erano ancora bambini e andavano alla scoperta della Markthalle di Moabit da soli, non avevo paura che sparissero. Al contrario, la prima volta che mio figlio, all’età di tre anni, si rese conto che non vedeva più il papà (che però lo teneva d’occhio da lontano), non si mise a piangere, ma andò allo stand dei salumi per chiedere dove fossi e se potesse aspettarmi allo stand.
Il salumiere lo informò del fatto che il suo papà avesse già fatto la spesa e così lo prese per mano, per cercarlo altrove. Passando anche dal panificio, il piccolo ebbe in regalo, insieme a informazioni preziose sul percorso fatto dal papáall’interno della Markthalle, anche un ottimo Krapfen. Il bimbo naturalmente comprese subito il vantaggio di “perdere” i genitori all’interno della Markthalle e quando in seguito un altro commerciante gli chiese “Suchste deinen Papa, Junge?” (Stai cercando tuo papà, bimbo?), replicò con decisione “Ja, aber inzwischen nehme ich auch eins deiner leckeren Würstchen!” (Sì, ma nel frattempo prendo anche uno delle tue gustose salsicce!).
Anche questo si può imparare nelle Markthallen, intesi come centri non solo commerciali, ma anche culturali: i berlinesi, anche da piccoli, non esitano a farsi capire chiaramente e subito…