Nothing so temporal as election posters.

Bannerino_Francofortedi Pietro Di Matteo

Con un eccezionale 82% di affluenza alle urne, dopo l’Austria, la barriera contro i populismi tiene anche nei Paesi Bassi. I liberali dell’ala di destra del VVD (Volkspartij voor Vrijheid en Democratie) di Mark Rutte hanno raggiunto la maggioranza con un 21,2%, vedendosi assegnati 33 seggi sui 150 previsti nella Camera Bassa.

Il PVV (Partij voor de Vrijheid) di Geert Wilders, partito euroscettico populista ed anti-Islam, fino a qualche settimana fa in testa ai sondaggi, figurano al secondo posto, con un 13,1% con 20 seggi assegnati. 
Ad un seggio di distanza assegnato troviamo i democristiani del CDA (Christen-Democratisch Appèl) e i liberali progressisti del D66 (Democraten 66), rispettivamente con i 12,4% e il 12,1%.

È da segnalare in queste elezioni, anche l’incredibile avanzata dei verdi del GroenLinks, che nell’arco di una legislatura, sono passati dal 2,3% del 2012 all’attuale 9%, conquistando 14 seggi.

Sono state elezioni al cardiopalma. La paura e il senso di sollievo si notano soprattutto nel constatare, quasi con vergogna, che siamo arrivati al punto che qualsiasi cosa che tiene in piedi l’Ue va bene. Costi quello che costi.

La vittoria di Mark Rutte, non sembra essere una risposta ad un Europa che si possa definire unita. 
Come ha dichiarato Jean-Paul Juncker, affermando che le vittorie come queste sono: “un voto per l’Europa, un voto contro gli estremisti” evidenziano nella sua interezza, una totale mancanza di autocritica su come siamo arrivati alla formazione di un anima anti-europeista, diffusa in modo così capillare, in quasi ogni Stato parte dell’Unione.

Un Unione Europea, che lascia indietro troppe persone, che non si sentono parte del concetto di società libera e progressista che si vuole promuovere ma che, al contrario, lascia il passo ad idee e concetti fortemente legati alle tradizioni nazionaliste.

Con un occhio alle elezioni francesi, si spera che ci sia una maggiore elaborazione da parte delle istituzioni europee, e degli stessi governi nazionali, riguardo proprio che tipo di Europa si vuole promuovere.