corruzione

di Arianna Tomaelo

Dati alla mano, la Germania, assieme ad altri Paesi del vecchio continente, sembra essere tra i meno corrotti al mondo. Almeno  questo è il verdetto di Transparency International, che ogni anno analizza l’andamento della corruzione a livello mondiale.
Quest’affermazione potrebbe sembrare esagerata e addirittura poco attendibile, se tralasciassimo l’analisi delle parole. È bene quindi andare a scoprire cosa si intende per corruzione e quali sono le variabili che rendono un Paese più o meno corrotto.

Innanzitutto, la corruzione è definita dal sondaggio preso in esame come “l’uso e la strumentalizzazione del potere pubblico per raggiungere obbiettivi di natura privata”: si tratta quindi di quell’insieme di comportamenti e azioni che donne e uomini di potere mettono in atto per concludere affari personali, dall’acquisto di un’auto sportiva da 200mila dollari, al controllo di un sistema di appalti che ne vale milioni. Anche i meccanismi di nepotismo o di favoreggiamento, che molte volte portano all’avanzamento di carriera a scapito della meritocrazia, sono considerati parte della definizione di corruzione, dal momento che nascono da un uso improprio degli strumenti di potere.
Insomma, per corruzione si intende tutto quello che è sfruttamento della res publica per il raggiungimento del godimento personale.

Un’altra precisazione si lega alla formula “Paesi meno corrotti”: infatti, Transparency International non ci dice che gli stati di cui ora andrò a fare i nomi siano puri e trasparenti, ma che in un range di 178 Paesi presi ad esame, questi occupano le prime 10 posizioni, avendo conseguito un punteggio che più si avvicina alla definizione di “incorrotto”.
I dati, che si riferiscono all’analisi del 2015, resi noti a gennaio 2016, evidenziano che il podio è occupato da Danimarca, Finlandia e Svezia, seguiti da Nuova Zelanda, Paesi Bassi e Norvegia. Tra la settima e la nona posizione vi sono Svizzera, Singapore e Canada, mentra la Germania è alla numero 10: non male, per aver gareggiato tra quasi 180 sfidanti.
All’estremo c’è la Somalia, che, come gli altri Stati che occupano posizioni molto basse, è contraddistinta da ingiustizie sociali quali un forte divario tra ricchi e poveri, discriminazioni su base sessuale, basissimo livello d’istruzione e povertà diffusa: questi fattori, soprattutto a causa della disinformazione che generano, creano una vera e propria élite politica che detiene il potere e che rende impenetrabile il sistema.

D’altra parte, gli Stati che godono dei primi posti, oltre ad avere le caratteristiche opposte (una generale equa distribuzione della ricchezza, l’esistenza di una classe media, l’accesso facilitato all’istruzione e la continua ricerca di nuovi traguardi sul fronte dell’uguaglianza di genere), offrono le condizioni per un’analisi positiva e a tuttotondo della situazione politica interna. Le variabili determinanti si possono sicuramente ricercare su tre fronti che la scienza politica indaga senza sosta dal dopoguerra: i risultati in termini di politiche economiche, sociali e per l’ambiente, la percezione delle capacità di govenance della classe dirigente, la qualità della democrazia, intesa come il livello di soddisfazione dei cittadini.
La Germania ha ottenuto buoni risultati, specie sul fronte “Quality of Democracy”, dove i tedeschi le hanno attribuito un 8,8. Le “Policy Performances” riflettono in media un 7,3 e le abilità di “Governance” un 7. La Germania quindi non è uno Stato che fa della corruzione uno dei suoi più grandi problemi, o almeno sembra che cerchi di agire nel ripetto delle norme e del cittadino.
Interessante è anche notare che la top 10 vede protagonisti quasi esclusivamente Paesi europei: un dato che potrebbe mal conciliarsi con una visione radicalmente pessimistica del vecchio continente e delle sue istituzioni.