Women’s March di Berlino

di Valentina Risaliti

Lo scorso venerdì 20 gennaio, Donald J. Trump si è ufficialmente insediato alla Casa Bianca. Il giorno seguente milioni di donne, uomini e bambini hanno sfilato a suon di slogan femministi per le strade di mezzo mondo. Una Women’s March ha avuto luogo anche a Berlino. Io ci sono andata e ho fatto qualche riflessione…

Berlino, 21 gennaio 2017.
Cappellini rosa, nella capitale tedesca, non se ne sono visti, ma slogan femministi sì e anche qualche donna velata. Una, in particolare, bellissima nel suo hijab a stelle e strisce, sembra uscita dal manifesto disegnato per l’occasione dall’artista Shepard Fairey (meglio noto come Obey), lo stesso che disegnò l’iconico poster HOPE per la campagna presidenziale di Barack Obama, nel 2008.
È il 21 gennaio, siamo a Berlino e fa freddissimo, ma Pariser Platz, la nota piazza davanti alla Porta di Brandeburgo, è gremita di una folla colorata. In molti si sono riuniti per manifestare la propria solidarietà verso la Women’s March di Washington, protesta nata in risposta all’insediamento del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump.
Oggi tra i 500 e i 1.000 berlinesi (purtroppo non esiste una stima ufficiale) si sono uniti ad altri 2 milioni e mezzo di persone che hanno marciato in 161 città in tutto il mondo. Così, anche a Berlino, al grido di “No hate, no fear, everyone is welcome here”, in molti si sono schierati in difesa dei diritti delle donne, degli immigrati, dei disabili e della comunità Lgbtqia (Lesbian, Gay, Bisexual, Transsexual, Queer, Intersex, Asexual, ndr).
Ci sono donne, uomini e tanti, tanti bambini. Un gruppo di ragazzine, che avranno sì e no dodici anni, esibisce con orgoglio il cartello Fight like a girl” (combatti come una ragazzina, ndr). Poco lontano, una giovane donna sulla sedia a rotelle sventola soddisfatta un “Nasty woman on wheels” (donna cattiva su ruote, ndr), chiaro riferimento alle parole che il neoeletto Presidente rivolse all’avversaria Hillary Clinton in piena campagna elettorale, apostrofandola (e interrompendola) durante un dibattito.

Manifesto we the people

Passeggiando tra la folla si respira un’atmosfera elettrica, che parla di inclusione, rispetto e maggiori diritti per tutti. Le donne e gli uomini si sorridono, comunicano su temi importanti, fanno sentire la propria voce e si oppongono a tutti quei valori di esclusione, troppo spesso ostentati durante una campagna elettorale che parlava di “muri” e di “speciali carte d’identità per i musulmani”. La sensazione generale è che sia nato davvero un movimento capace di promuovere valori universali, quali il rispetto per il prossimo e l’accettazione incondizionata di tutte le differenze.
E tuttavia non è possibile non notare alcuni elementi ambigui. Sì, perché se è vero che raccogliersi in piazza per la salvaguardia di diritti fondamentali non è solo lecito, ma necessario, bisogna tenere a mente che non di rado certi movimenti nascono e muoiono proprio laddove questi stessi sono funzionali a uno scopo. Ci ritroviamo così vittime di una strumentalizzazione inaspettata, che sull’onda dell’entusiasmo non abbiamo saputo riconoscere.
In breve, si ha la sensazione che la Women’s March, etichettata dagli organizzatori come non partisan e aperta a tutti, abbia in realtà presto assunto tonalità neoliberali. I manifesti richiamavano quelli della campagna presidenziale di Obama. Tra gli slogan, sia a Berlino che a Washington, spiccavano chiari riferimenti a Hillary Clinton, come il già citato “nasty woman”, apparso un po’ ovunque, ma anche il celebre slogan femminista “I diritti delle donne sono diritti umani”, che, pur essendo sacrosanto, richiama palesemente un celebre discorso tenuto nel 1995 sempre da Hillary Clinton durante una conferenza delle Nazioni Unite. A Washington, molti degli interventi delle celebrità susseguitesi sul grande palco allestito tra la terza e la quarta di Independence Ave, hanno lanciato messaggi politici chiari e concisi. Gloria Steinem, celebre femminista statunitense, ci ricorda infatti che “I nostri leader Barack Obama e Michelle Obama sono ancora con noi” e che “Hillary Clinton è ancora viva”, dando per scontato che la folla si riconosca in questi leader.

Anche a Berlino la protesta è stata organizzata dai Democrats Abroad, organo ufficiale del Partito Democratico Americano a sostegno dei democratici statunitensi residenti all’estero. A protesta finita è stato possibile vedere molti membri del gruppo aggirarsi volantino-muniti tra la folla, invitando i partecipanti ad unirsi alle numerose attività da loro organizzate. Con nulla togliere all’impegno profuso nell’organizzazione della manifestazione, né tantomento al buon risultato ottenuto, viene da chiedersi se, per una volta, non si sarebbe potuta lasciare la promozione politica da parte, proprio come si era detto.
Una simile situazione porta con sé interrogativi importanti. Innanzitutto pare lecito domandarsi se effettivamente vi sia stata la volontà, da parte del Partito Democratico, di strumentalizzare senza dare nell’occhio un sollevamento nato su Facebook, ma che ha presto assunto proporzioni da record (mezzo milione di partecipanti nella capitale, Washington DC).
Il secondo quesito è invece orientato all’avvenire: può un movimento caratterizzato da una simile varietà e dall’assenza di una vera e propria agenda vivere di vita propria? La speranza è che non si sia trattato semplicemente di un momento catartico, ma piuttosto del primo episodio di una saga destinata a durare nel tempo, possibilmente al riparo da facili orchestrazioni.

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VALENTINA RISALITI è una editor, video-producer e occasionale film-maker, con la passione per il documentario d’autore, i libri (tutti) e le teorie del complotto.
Nomade per vocazione, negli ultimi anni ha vissuto in diversi Paesi, lavorando come redattrice di viaggi, TV reporter e produttrice audiovisiva, e diventando così una vera poliglotta. Da piccola, però, voleva fare il pirata. Degna discendente di una famiglia di amazzoni, è da sempre legata ai temi del femminismo, della difesa dei diritti delle donne e al rispetto
dell’ambiente. Idealista incallita, viene spesso tacciata da amici e parenti di essere insopportabilmente critica. Ha studiato filosofia e giornalismo e ama riconoscersi nelle parole delle grandi donne del
 assato. Oggi vive a Berlino, dove tra un libro di Patti Smith e uno di Simone de Beauvoir, sta ancora decidendo cosa vuole fare da grande.