Parte con il nuovo anno una rubrica dalla quale ci aspettiamo molto e che nasce dalla collaborazione tra un fotografo e uno scrittore. La rubrica si chiama “Limesburg” ed è di fatto un ciclo di foto-storie che vogliono essere, nelle intenzioni degli autori, una sorta di “cinema alternativo”, che corre sul doppio binario delle immagini e delle parole.
Pierluigi Muscolino è il fotografo de “Il Mitte” ormai da qualche tempo. I suoi scatti mostrano un tocco molto personale e un’attenzione verso dettagli, o trasfigurazioni di dettagli, che normalmente sfuggono a un approccio più “tradizionale”.
Anselmo De Filippis è uno scrittore, ma anche molto altro, e al momento è impegnato su moltissimi fronti.

Pierluigi e Anselmo sono amici da anni, insieme hanno creato molto, hanno discusso, si sono scontrati, si sono allontanati, si sono ritrovati e insieme hanno dato vita a questa nuova rubrica, di cui vi proporremo un’anteprima sabato 7 e che esordirà ufficialmente sabato 14 gennaio.
Di seguito, invece, un’intervista agli autori.

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(Anselmo De Filippis)

Sta per partire un nuovo progetto che ti vede interagire con il fotografo Pierluigi Muscolino. Di cosa si tratta e da cosa è stato ispirato?

Al momento sono tre i progetti con Pierluigi. Il primo è già finito ed è la raccolta di 9 foto-storie intitolata Limesburg che verrà prossimamente pubblicata sulla vostra testata. Gli altri due sono un libro e un’installazione. Il libro, intitolato Coltan Age, è un opera di arte contemporanea in cui il libro è il primo segmento del lavoro che si completerà poi con un’installazione in coincidenza con la presentazione pubblica del libro. Si tratta di un lavoro completamente calato nel presente al quale stiamo lavorando da circa un anno: foto di Pierluigi scattate in un arco ampio di tempo, molte a Berlino, e frammenti di poesie estratti da una mia raccolta intitolata Silent Songs Against Crimes.
Il tema trattato è l’epoca oscura che stiamo vivendo. Oscura non solo economicamente ma soprattutto umanamente: la mancanza di futuro, la demotivazione assoluta che vediamo intorno a noi e alla quale rispondiamo con un opera che vuol essere contemporanamente di denuncia e speranza.
Il titolo, Coltan Age (L’era del Coltan), è emblematico. Il Coltan infatti è un minerale essenziale per la fabbricazione di telefonini e computer. Estratto in Africa, il suo commercio viene gestito principalmente da organizzazioni paramilitari e guerriglieri che lo vendono a ditte dei Paesi industrializzati. Un vero simbolo delle criminali contradizioni del nostro presente.
L’altro lavoro è in realtà una commissione, ed è inserito in un progetto estremamente interessate e necessario per i risvolti sociali e culturali che ha. Si tratta del progetto Rights under the veil di Johara Bellalai e Roberta Chimera, incentrato sui diritti delle donne nella società islamica. Un grande progetto che prevede conferenze, workshop, la realizzazione di un libro, un documentario, e un’installazione affidata a me e Pierluigi che verrà realizzata nella Haus der Kulturen der Welt. Nello specifico io curerò la regia e il concept del lavoro e Pierluigi la parte fotografica, eseguendo foto e riprese che poi diventeranno, in video, uno degli elementi portanti dell’installazione.

Ti definisci influenzato, per quanto riguarda le tue poesie, da un ambito che va dall’Iran all’antica Grecia, passando per il Giappone. Cosa non ti piace della produzione occidentale?

Mio padre era calabrese di origini greche. Mio nonno materno, di origini romane, era nell’aspetto e per mestiere (commerciante di cavalli) un vero rom: pelle scurissima, fisico asciutto ma possente, un grosso neo sulla guancia, baffoni di saggina, sguardo profondo e antico, fascino magnetico. Ma al di là di questi presunti “indizi genetici”, forse quello che veramente mi lega alle culture di quella parte del mondo, diciamo pure ad un medioriente “allargato verso est”, è la capacità di notare la poesia in ogni aspetto della vita e di portarla alla luce. Questa è per me la poesia: qualcosa di profondamente impastato con l’esistenza e non un’astrazione. È l’anima quotidiana che avvolge quasi tutto.
L’Occidente, gli Usa, l’Europa e i Paesi che sono loro colonie culturali, vivono un periodo di ottusa e profonda regressione culturale, la logica conseguenza di un sistema “di vita” e di “esistenze” basate sul principio del puro profitto personale inteso come unico valido parametro. Ma se è così sei già morto! Sei già l’algoritmo di te stesso e allora a cosa mai ti potrebbe servire la poesia, l’arte, l’odore di un frutto, fare distinzione tra fare l’amore e scopare, fare dei figli?
Ma ritornando alla tua domanda iniziale, amo: Archiloco, Eraclito (che considero, ancor prima che un filosofo, un grandissimo poeta), Ritsos, Hikmet, Orhan Veli, Rumi, Firdusi, Fourrough Forrakhzad, Kiarostami e gran parte dei poeti persiani antichi e moderni. Riguardo invece alla poesia occidentale ed italiana attuale, in realtà non la seguo. Le poche volte che ho tentato l’ho trovata fiacca, fintamente al passo coi tempi, cortigiana e quasi sempre non utile. L’ho trovata fatta per gli editori e il mercato e non per la vita.
Ma sono sicuro che ne esiste di buona, magari nascosta in qualche blog sulla rete, o in edizioni limitatissime e autoprodotte. È il mercato ufficiale, quello mainstream, che strozza, non distribuisce e non ti ci fa arrivare, di questo ne sono sicuro, è come per la musica.
Se non si ha coraggio non si fa arte, si diventa al massimo famosi, si diventa artisti da galleria, da vetrina, o da show televisivi, che è un mestiere come fare il venditore d’armi o d’aspirapolveri. Io credo che la poesia più bella e necessaria in Italia, la più recente, l’abbiamo avuta nei testi della musica della fine del secolo scorso: De André, Battiato, Dalla, Fossati, Conte, come, a livello internazionale, in quelli di tantissimi gruppi o autori rock dello stesso periodo, primo tra tutti Dylan. Oppure in autori semisconosciuti ai più, come nel caso del calabrese Franco Costabile, uno che dovrebbero, a mio avviso, far studiare nelle scuole italiane: sue poesie di 10 parole ti spiegano 150 anni di questione meridonale in 5 secondi di lettura.

La poesia ha un significato importante per te. Per usare le tue parole, cosa distingue un poeta da uno scrittore di poesie?

Un poeta è un uomo. Uno scrittore di poesia è uno che scrive parole aggraziate su carta. Uno così è un corniciaio, non è un pittore. Un poeta è un artista, e un vero artista nel nostro presente non può che essere, prima di tutto, un uomo. Uno che si prende l’onere di agire in modo che le sue azioni abbiano dignità e valore per se stesso e soprattutto per gli altri. Altrimenti sei un esteta e ce ne sono valanghe. Sei un decoratore, un vetrinista alla moda, sei il fard della storia, un “fiocchettista” ricco o sfigato, se volessimo definirlo con un neologismo.
C’è una grande lezione, o forse sarebbe meglio dire un passaggio di testimone, che ci ha lasciato Joseph Beyus. Dopo di lui, se si vive coerentemente, è difficile e forse inutile pensare di essere o diventare prima un artista e solo poi un uomo. Nel nostro presente imbevuto di falsità, confusioni preconfezionate e materialismo pervasivo, io credo si possa reagire solo rimanendo umanamente “svegli” e tramutandosi in canali di trasmissione, diventare un’autostrada delle possibilità e delle originalità nella landa sconfinata dei preset. Essere veri poeti e veri artisti oggi significa svolgere un ruolo che in altre epoche si sarebbe definito, probabilmente, epico.
“Restare umani” come diceva Vittorio Arrigoni, o comprendere nello specifico della poesia che “la poesia non sono le parole”, come detto da Alda Merini. Ci vuole coraggio, tantissimo, per fare arte necessaria al nostro presente, tanto quanto ce ne vuole per vivere onestamente o amare senza raccapriccianti compromessi. Tutto il resto è mestiere, è giro di denaro, e il denaro, anche se necessario a vivere, è il fraintendimento di tutto. Ma magari mi sbaglio, magari il futuro è l’uomo-macchina, l’uomo bionico e tutte queste cose allora sono veramente quelle che determineranno l’estinzione del concetto di umano valido fino all’altro ieri: “Restiamo bionici” sarà il nuovo messaggio di chi è meta uomo e metà macchina, contro il pericolo degli automi integrali!

A Berlino c’è un grande fermento creativo, di sicuro nelle intenzioni di quella che sembra essere una vera legione di scrittori, registi, musicisti e performer. Qual è il tuo giudizio sull’offerta culturale della città?

Purtroppo non conosco bene la scena berlinese e mi piacerebbe farlo. Quello che mi attira di questa città è il suo continuo essere in divenire, come lo è stata in tutto il novecento, unito a quella sensazione nettissima che ho di grande energia, di un flusso enorme di energia, di un posto dove le cose si fanno, ma non in modo stressante, una città non in continua tensione nevrotica a causa di ciò. Milano credo sia venti volte più nevrotica di Berlino, ma a naso mi sembra che a Milano si faccia un ventesimo di quello che si fa a Berlino, per qualità, importanza e mole di cose realizzate. Spero che la città dell’orso diventi un luogo in grado di accogliere e diffondere anche la mia arte. Ma in realtà lo sta già facendo.

Limesburg

(Pierluigi Muscolino)

Sta per partire per il Mitte un nuovo progetto che ti vede interagire con lo scrittore Anselmo De Filippis. Una collaborazione che nasce da lontano. Su cosa si fondano le vostre affinità?

Partirei con una precisazione. Anselmo De Filippis è un poeta, definizione che lo pone, a mio avviso, su un altro piano rispetto ad uno scrittore. La nostra è un’amicizia di lunga data, è vero, risale al 1999 e quindi al secolo scorso. All’epoca Anselmo aveva già realizzato diversi documentari con gli altri due membri di una casa di produzione indipendente , “La MAAT Produzioni”, e anche altre cose in ambito artistico e non solo, mentre io ero ancora un giovane studente.
Ci separano circa quattordici anni di differenza.
All’inizio è stata decisiva l’influenza che la sua personalità (già allora ben definita), la sua incredibile sensibilità e il suo personale approccio alla vita hanno esercitato su di me.
Successivamente, nel 2007, nel periodo in cui lui abitava a Parigi ed io avevo appena terminato gli studi universitari e stavo svolgendo il mio anno come volontario del Servizio Civile, mentre lavoravamo alla stesura di una raccolta di racconti concepiti a quattro mani con rimandi e modifiche apportate a distanza attraverso le mail che ci scambiavamo, si sono verificati dei fraintendimenti che ci hanno portato ad una vera e propria rottura nei rapporti. Solamente lo scorso anno, con un interruzione molto lunga in mezzo quindi, abbiamo ripreso a sentirci e abbiamo deciso di ricominciare a collaborare quasi immediatamente.
Limesburg fa parte dei vari progetti che abbiamo sviluppato insieme.
Entrambi siamo profondamente consapevoli delle nostre differenze che sono tante e in molti casi ben visibili.
In diverse occasioni ci siamo scontrati ma in generale la stima reciproca e il profondo legame di amicizia ci hanno sempre permesso di non arrivare nuovamente alla rottura, evitando di ripetere gli errori del passato.
Quello che ci lega e ci accomuna sono sicuramente le nostre origini meridionali (calabresi per lui e siciliane per me) e una tendenza per entrambi ad avere verso la vita un approccio più in sintonia con l’Oriente che con l’Occidente.
Credo infine che ogni grande amicizia implichi, come ogni grande amore, un fortissimo scambio spirituale e non mi riferisco a nulla di religioso.

Come prendono forma i vostri Limesburg?

L’idea nasce come conseguenza ad una mia proposta, fatta al vostro magazine, di dar vita ad una sorta di “cinema povero”, che in mancanza di mezzi adeguati potesse prendere vita sul sito in un misto di scrittura ed immagini.
Vivo con grande frustrazione il fatto di non aver prodotto niente negli ultimi anni (cortometraggi, documentari, etc….) che possa essere definito cinema.
Questa iniziale proposta, una volta che Anselmo è stato invitato da me a collaborare, ha subito una progressiva e radicale trasformazione fino a divenire quella che è poi diventato Limesburg, nella sua veste formale definitiva.
Non c’è niente da fare, è sempre il lavoro a determinare il percorso da seguire e sono contento di quello a cui siamo arrivati.
Mi incuriosisce, inoltre, scoprire quali saranno le reazioni, gli eventuali commenti e le critiche che arriveranno dai lettori.
È stato però subito chiaro, in fase di progettazione e stesura, che ognuno di noi due non avrebbe invaso il “campo” dell’altro: Anselmo ha curato i testi ed io le immagini.
Ovviamente ognuna delle nove storie ha subito un notevole lavoro di limatura e revisione, dovute al nostro costante gioco di rimandi e confronti in fase creativa.
Senza premeditazione, ma inevitabilmente, le storie hanno dei tratti comuni, un umore e un segno che le tiene legate saldamente tra loro ma per fortuna questo non le ha rese simili, perché è stata preservata un certa esclusività.
Ogni singola storia può essere letta anche da sola senza tenere conto dell’intero lavoro, ma ognuna possiede una forte connessione con il nostro attuale momento storico e tutti i criteri che ho elencato hanno determinato in modo evidente il taglio narrativo, il ritmo, l’asciuttezza della scrittura e la predisposizione delle immagini mostrate ad una multi-significanza.
Siamo contenti dell’equilibrio raggiunto tra immagini e parole, perché le prime non hanno avuto preminenza sulle seconde o viceversa e risultano complementari, senza scadere mai nell’effetto didascalico.
Una delle poche regole che ci siamo dati per le immagini, per esempio, è stato l’utilizzo del solo bianco e nero e il limite delle tre fotografie per ogni storia.

Il vostro progetto ha come perno Berlino. Come fotografo, cosa ti colpisce in particolare e quali aspetti della città innescano la tua creatività?

Sono consapevole di essere cresciuto molto come fotografo da quando mi sono trasferito qui.
Il motivo principale è proprio la caratteristica che ha questa città di risultare così eterogenea e adatta a lasciarsi fotografare: vedo Berlino come una donna assolutamente non timida davanti all’obiettivo, ma umorale e non appariscente.
Bisogna solo stare attenti a trascurare i posti più turistici e noti che sono poi sempre, in qualunque posto, quelli che hanno meno da dire e se ci abiti da diverso tempo questo pericolo lo si evita facilmente.
Berlino è una città che restituisce moltissimo dal punto di vista fotografico, soprattutto in bianco e nero.
Il colore non le rende affatto giustizia.
Come molti ormai sanno è una delle capitali europee più di moda, ancora di più negli ultimi anni, ma nonostante ciò è davvero difficile coglierne il vero spirito, il suo essere così aperta ed ostile contemporaneamente, così segnata dalla storia, anche recente, ma allo stesso tempo con una capacità di rinascita e costante apertura verso il futuro e mi riferisco al futuro più prossimo, quello che si fiuta sempre nell’aria e che è dietro l’angolo ad aspettarci, se affacciamo la testa per sbirciare.
La monocromia, in questo senso, aiuta a togliere il superfluo e far luce sul nucleo essenziale delle cose.
Ció che questo posto si porta addosso, nel corso del tempo, soprattutto se cupo e malinconico, esercita su di me comunque un’enorme fascinazione.
Spero e cerco di riuscire a restituire almeno in parte il profondo amore che provo per questa città.
L’ho vista cambiare molto e continuerà a farlo in modo sempre più rapido e già alcuni suoi tratti peculiari sono andati perduti: mi auguro perciò di immortalare con la giusta intensità e per tempo quello che un giorno non sarà più visibile.
Il problema è che io, per mia natura, tendo a trasfigurare le cose che vedo, non ho un approccio documentaristico nel mio lavoro.

Sei anche un appassionato cinefilo. Quali sono gli autori che preferisci e quanto ti senti influenzato da loro?

Si, amo il cinema in modo spropositato, è vero. Sono anche un musicista e per cui prediligo queste due forme d’arte su tutte le altre. Detto questo, nonostante io nutra una grande ammirazione per molti autori cinematografici, soprattutto del passato, nessuno mi ha davvero influenzato stilisticamente. Sento, tuttavia, un forte legame con le varie avanguardie, l’espressionismo tedesco e la Nouvelle Vague francese, ma in fotografia è più facile e più rischioso lasciarsi condizionare dal lavoro dei grandi fotografi. Sono del parere che una volta che si è preso coscienza delle proprie capacità e dei propri limiti, il segnale più evidente di aver intrapreso la giusta direzione è quello di intravedere uno spazio ancora incontaminato in cui far emergere la propria voce in mezzo a quelle delle autorevoli personalità che ci hanno preceduto.
Per quanto mi riguarda, poi, faccio sempre molta fatica ad iniziare una sezione di scatti e la prima ora, ora e mezza, serve solo ad entrare nello stato ideale per cogliere qualcosa di non tangibile. Sembra un paradosso, perché un fotografo isola delle immagini estrapolandole dalla realtà in cui si muove e opera, ma in realtà è in questo passaggio fondamentale, che differenzia un fotografo (raccoglitore di immagini) da qualcosa di più o di meno (artista?), che io mi sto muovendo attualmente. Quello che determinerà il risultato finale sarà legato alla costanza, al tempo, alla dedizione, alla sofferenza e alla capacità percettiva raggiunta.