Hitler odiava Berlino
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Forse non molti lo sanno, ma Hitler odiava Berlino. Intanto non ne sopportava la natura aperta, multiculturale, bohémienne, già estremamente libera ai tempi della Repubblica di Weimar.
Berlino era inoltre politicamente orientata piuttosto a sinistra e dopo le elezioni del 1932 fu l’unica grande città a non registrare la vittora dei nazisti.
Insomma, negli anni Hitler alimentò nei confronti della capitale tedesca un risentimento implacabile e mal dissimulato. Non la voleva come simbolo del suo impero e le avrebbe preferito senza dubbio la sua amatissima Monaco, in cui mantenne sempre la residenza formale, anche dopo che esigenze politiche contingenti lo spinsero a stabilirsi a Berlino. Neanche la sontuosa cancelleria del Reich progettata da Albert Speer riuscì a renderlo entusiasta della città in cui era stata costruita. Fu Goebbels, infatti, e non Hitler, a sceglierla come centro strategico della politica e della propaganda del regime. L’avversione di Hitler per Berlino è in parte confermata dal fatto che volesse smantellarla, ricostruirla e rinominarla “Germania”, probabilmente con l’intenzione di eliminare, insieme al vecchio nome, anche quello spirito cosmopolita e indipendente che detestava.

Accanto a queste ragioni più palesi, episodi della vita privata del dittatore e riportate da Beata Gontarczyk-Krampe in “Notmsparker’s Berlin companion”, ci regalano altre informazioni sul suo rapporto controverso con la città, che all’inizio il giovane Hitler non disprezzava affatto. Addirittura, in una lettera inviata a un commilitone durante la prima guerra mondiale, ne parlò come di “una città meravigliosa, una vera metropoli”.
Nel 1920, tuttavia, la sua adesione al Putsch di Kapp, un tentato golpe contro la Repubblica di Weimer messo in atto da un gruppo di militanti di estrema destra, lo portò a rendersi protagonista di un episodio dalle sfumature decisamente comiche. Atterrato per sbaglio fuori della cerchia urbana, Hitler fu infatti costretto a entrare a Berlino con un grossolano travestimento e una barba finta incollata alla faccia, ma il golpe fallì e il futuro cancelliere tuonò, in preda a un attacco di furia antisemita: “gli ebrei hanno trasformato la Berlino di Federico il Grande in un porcile!”.
Due anni dopo non fu accettato all’Hotel Excelsior. Conoscendo la vastità del suo ego immaginiamo che l’episodio abbia alimentato non poco la sua sindrome dell’escluso e fomentato il suo odio per una città che poteva e che avrebbe conquistato con la forza, ma che non avrebbe mai amato e che non sarebbe mai stata davvero sua.