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La mattina ci siamo alzate presto. Morivo dalla voglia di allenarmi e così Wolfie. Sono uscita vestita a caso, con in mano una busta di plastica piena di panni. Abbiamo riso del mio aspetto, abbiamo riso tanto. In palestra ho cercato di aumentare i pesi, in sauna c’era un ragazzo che annaspava e sbuffava, abbiamo mangiato del cibo asiatico molto unto e siamo andate a casa mia.
Mentre parlavo con la mia coinquilina Wolfie si è seduta sul divano, a controllare il cellulare. A un tratto si è fermata e ha detto “wowowo!”. Mi è rimasto impresso, sembrava stesse aspettando il goal durante un assist in una partita fondamentale. Poi ha fatto cadere il cellulare a terra e ha cominciato a piangere con la testa tra le mani. Le ho chiesto spiegazioni, ma non mi ha risposto. Ho preso il telefono e ho letto l’sms che le aveva mandato un amico.
Ho letto cos’avevi fatto, ho letto che l’avevi fatto. L’avevi scritto, l’avevi detto, ma quanti di noi nella vita hanno scritto e detto di voler morire per poi continuare a esistere, nonostante tutto? Povera Wolfie, povero te e poveri noi.

Per tutto il resto della giornata siamo rimaste scosse e inebetite. Era il 4 dicembre, il giorno del referendum costituzionale in Italia, una giornata importante, un momento di massima tensione politica e sociale. Non ci ho più fatto caso. Siamo arrivate a Schönhauser Allee e davanti ad Arcaden c’era un mimo sui trampoli, vestito di bianco, la faccia dipinta, le ali piumate, da angelo. Mi è sembrato puntuale, fatidico. Mi è venuto da piangere, allora e nei giorni successivi, soprattutto quando ero da sola. Mi piacevi molto, mi sei piaciuto da quando ti ho incontrato, a Bruxelles. Ricordo che abbiamo passato tutta la sera insieme, tu, la tua ragazza, Wolfie ed io, bevendo una tazza di the dopo l’altra e parlando per ore di filologia e di religione. Tutto quel the, in realtá, durante la notte mi ha fatto venire voglia di andare al bagno, ma avrei dovuto attraversare la vostra camera da letto per raggiungere la meta e ho rinunciato. Siamo andate via che dormivate ancora, sotto una pioggia battente. Bruxelles aveva ancora addosso i segni degli attentati all’aeroporto di Zaventem e alla stazione metro di Maelbeek, il Parlamento Europeo sembrava sbiadito e spettrale, ricordo i militari all’aeroporto e una gran voglia di caffé forte.
Ti ho scritto che mi sarebbe piaciuto rivederti e lo pensavo veramente. Mi hai risposto che lo speravi anche tu, perché avevamo molti interessi in comune. Mi hai dato appuntamento a Berlino, ma quando sei arrivato, qualche mese fa, non siamo riusciti a vederci. Troppe cose erano cambiate. Eri all’inizio della fine.

Subito dopo aver saputo, per ore ho faticato a ricordare cosa avessi fatto il giorno prima o quello ancora precedente, come se la realtá fosse stata bruciata da un lampo al magnesio. Il ricordo delle piccole cose è tornato lentamente, emergendo dalle ombre che invece hanno inghiottito te. Cosí intransigente e così debole. Così brillante e cosí sofferente e ossessivo e teoretico. “L’umanitá mi fa schifo” scrivevi. Come al solito, radicalizzavi.
Una settimana prima che morissi ti era piaciuta una frase che avevo citato, tratta da “The young pope”, di Sorrentino: “Fratelli cardinali, noi dobbiamo tornare ad essere proibiti, inaccessibili, misteriosi. Questo è l’unico modo in cui torneremo ad essere desiderabili“. Adesso so fino a che punto ti piacesse. Hai deciso e creduto di diventare definitivamente inaccessibile, forse hai sperato di essere per sempre desiderabile.
“Se lo avessi davanti lo picchierei e poi lo abbraccerei”, ha detto Wolfie. Mi dispiace dirtelo, ma le hai fatto una vera carognata.
E poi c’è stata una sfilata di giornate gotiche, con un cielo notturno anche al pomeriggio. Non è facile piangere qualcuno quando fuori dalla finestra è tutto scuro e freddo. Wolfie mi ha detto che questi sono i giorni piú bui dell’anno.
Credo che abbia ragione.

Colonna sonora: “Solitude”-Ryuichi Sakamoto ♠

 

Lucia Conti

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Lucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte”, di cui é al momento caporedattrice, ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Attualmente vive e resiste a Berlino.