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Photo by 準建築人手札網站 Forgemind ArchiMedia©

di Emma Minarelli

La prima messa in scena di Le Sacre du Printemps o Il rituale della Primavera, è probabilmente ricordata come il più grande insuccesso del ‘900. Il teatro testimone dell’eccellente lavoro, ma troppo all’avanguardia per l’epoca, sia per partitura musicale che per concezione coreografica, fu il Théâtre des Camps-Élysées, a Parigi, nel 1913.
I protagonisti sul palcoscenico erano i Ballets Russes di Serge Diaghilev, che si esibivano con coreografia di Nijnskij e musica di Igor Straviskij. La storia, di per sé è abbastanza innocente: il balletto e la musica simboleggiano un rito sacrificale pagano praticato in Russia all’inizio della primavera, durante il quale una giovane darà la vita per rendere propizia la nuova stagione, attirando la benevolenza del Dio della Primavera.
Cosa accadde allora quel giorno, nel teatro parigino, tanto da provocare una vera e propria rissa, con i fischi e i commenti poco generosi del pubblico talmente forti da sovrastare il suono degli strumenti? Semplicemente, quello che venne rappresentato fu uno spartiacque nella storia sia della musica, ma soprattutto della danza. Ed il pubblico non era pronto.

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Bozzetto del costume originale dell’Eletta (“Il rituale della Primavera”) Photo by dalbera©

Dal punto di vista musicale, l’opera presenta inusuali accostamenti di strumenti e ritmi incalzanti. Molte scale e melodie sono ricavate dal ricco repertorio folcloristico russo, creando un continuo senso di attesa verso qualcosa di ignoto. Una combinazione nuova, che ha bisogno di nuove orecchie per essere ascoltata.
Dal punto di vista coreutico, ritengo la coreografia un preludio del concetto di danza contemporanea. Sì, perché fino ad allora si parlava solamente di tutù, scarpe da punta, giri in Fuettès e di tutto l’apparato gestuale etereo della tecnica accademia di balletto russo. Ogni balletto, un nuovo viaggio attraverso l’estetica e la perfezione.
Al contrario, Nijnskij, portò in scena una gestualità arcaica con movimenti quasi “sgraziati”, senza una tecnica subito riconoscibile. Una composizione coreografica differente: un gruppo di persone, capeggiate da vecchi saggi che osservano una danza fino alla morte della Prescelta al fine di omaggiare gli Dei. I movimenti carichi di un nuovo significato emotivo, lontano della mera ricerca di un virtuosismo, accompagnano lo spettatore, quasi con angoscia, al sacrificio della ragazza. Senza dimenticare i costumi, tratti dalla tradizione pagana russa, che accentuano incredibilmente la composizione. Per rivivere la sensazione di quello che il pubblico parigino provò più di 100 anni fa, per l’anniversario della prima è stata ripresentata la coreografia originale di Nijnskij.

Non si riesce a rimanere indifferenti davanti alle emozioni suscitate da questa danza.
E da allora, la Sagra della Primavera è stata un fecondo tema affrontato di frequente nella danza contemporanea. Da Martha Graham a Maurice Béjart, da Angelin Preljocaj a Jean-Claude Gallotta. Distintiva è la versione di Pina Bausch, che ci avvicina ad una Primavera osservata secondo la tecnica del Tanztheater, l’inconfondibile stile delineato dalla Bausch, che essa stessa definisce “un dare risposte a domande tangibili; perché portare in scena la realtà è già un impegno”.

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Martha Graham. Photo by Dreaming in the deep south©

Cavalcando quest’onda, Sasha Waltz nel 2013 compone la sua Sacre (qui il trailer), rappresentata a novembre 2016 allo Staatsoper im Schillertheater e nuovamente in programma a Marzo 2017.
In epoche remote, miti e rituali sono stati utilizzati per scongiurare avvenimenti negativi e propiziare quelli positivi. Nella società di oggi, le forze della natura sono prevalentemente associate a calamità naturali, mentre i rituali sono visti come una sorta di relazione mistica tra l’essere umano e le sue più profonde origini.
Waltz è affascinata dal concetto di favorire, attraverso il sacrifico individuale per il beneficio della comunità, la connessione tra mortali e divinità. E da ciò compone una drammatica gestualità che ci avvicina alla scelta dell’Eletta. Inizialmente, nell’adorazione della terra, si susseguono intense danze di gruppo. Il fruscio del passaggio dei danzatori su un cumulo di terra posto sul palco si sovrappone alla melodia eseguita dal vivo (indubbiamente, la musica dal vivo è sempre di grande impatto e potenzia ciò che avviene in scena).
I movimenti si fanno sempre più concitati, e si inizia ad individuare la ragazza vestita in viola, o la Prescelta: ella verrà glorificata, per il suo determinante ruolo nel favorire la comunità.
Da notare l’intensa interpretazione della danzatrice, nella drammatica e cosciente duplice posizione: la prima, quella di essere la chiave per il progresso altrui, e ciò la rende fiera di sé; la seconda, quella di essere destinata ad un sacrificio estremo, e ciò la turba costantemente. Sapientemente orchestrata, la coreografia sancisce un dialogo di contrapposizione tra il gruppo e l’Eletta, delineando progressivamente l’atmosfera rituale che tutte le Sacre hanno in comune.
Con un pizzico di pathos tipico del teatrodanza tedesco, unito ad una mimica che richiama il primordiale, Sasha Waltz accompagna chi guarda e ascolta ad un vibrante rituale della Primavera.