Ferite a morte
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Di Valentina Risaliti

Berlino, 4 dicembre 2016. “Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti”: si apre senza troppi giri di parole Ferite a Morte, opera teatrale scritta da Serena Dandini e Maura Misiti, che ha portato sotto i riflettori lo scottante tema del femminicidio. La pièce, approdata al Savoy Theather di Düsseldorf lo scorso 30 novembre, si presenta come una raccolta di immaginari monologhi postumi, in cui donne di ogni età, provenienza ed estrazione sociale, raccontano in prima persona come hanno perso la vita per mano di quegli stessi uomini che avrebbero invece dovuto proteggerle e amarle. Storie tratte da episodi di cronaca e inchieste giornalistiche, ma che grazie all’artificio letterario e ad uno stile ora incisivo e toccante, ora ironico e leggero, riescono a ridare vita e spessore alle vittime, in una surreale “Spoon River” della violenza di genere.
Lo spettacolo, nato nel 2012 in forma di reading, negli ultimi anni è stato rappresentato nei teatri di nove diversi Paesi, approdando persino alle Nazioni Unite di New York. Tuttavia, la pièce non aveva ancora calcato un palcoscenico tedesco. Una mancanza non da poco, alla quale Italia Altrove, associazione quasi interamente al femminile che si occupa di promuovere la cultura italiana a Düsseldorf, ha pensato bene di ovviare, organizzandone il primo allestimento in Germania. L’evento ha inoltre ricevuto un forte supporto istituzionale, salutando la partecipazione dell’Istituto di Cultura di Colonia, dell’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Düsseldorf e l’alto patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berlino.

Presente anche la co-autrice Maura Misiti, ricercatrice del CNR e demografa attenta ai temi della violenza di genere. “Io e Serena facciamo due mestieri molto diversi, ma ci impegniamo entrambe per sensibilizzare l’opinione pubblica al femminicidio” mi dice Maura, dietro le quinte, pochi minuti prima di salire sul palco. Chiedo all’organizzatrice e presidentessa di Italia Altrove, Chiara Leonardi, se sia significativo presentare questo spettacolo a quasi un anno di distanza dagli eventi della vicina Colonia. “A dire il vero l’idea è nata tempo fa”, risponde, “ancor prima di questi episodi, ma è comunque rilevante e la sentita partecipazione da parte del pubblico, questa sera, dimostra l’urgenza e la necessità di affrontare questi temi”. E in effetti all’evento si è stimata un’affluenza di oltre 300 persone. Un pubblico italiano, certamente, ma anche tedesco e soprattutto un pubblico misto, fatto di uomini e di donne di ogni età, a dimostrazione del fatto che la violenza di genere è considerata una questione urgente da parte di molti.
D’altronde il fatto stesso che Ferite a morte continui, a distanza di tre anni dalla sua prima rappresentazione, a far parlare di sé, è altrettanto significativo. Ma cos’è cambiato da allora? “Purtroppo la situazione non è migliorata e ci troviamo spesso nell’impossibilità di monitorare questi episodi, di lavorare su dati certi”. Maura Misiti ricorda poi con emozione la manifestazione del 26 novembre, che ha portato 250mila italiani in piazza a Roma contro la violenza di genere (e che ha avuto luogo anche a Berlino, ndr). “Il tema è molto sentito, ma urge una risposta decisa da parte del sistema e il progetto di un osservatorio europeo sul femminicidio è sicuramente un buon punto di partenza, così come lo è la Convenzione di Istanbul, il primo strumento giuridicamente vincolante per gli Stati in materia di violenza sulle donne”. Un documento che non si limita a indicare i principi di uguaglianza di genere de jure e de facto e di violenza contro le donne come violazione dei diritti umani, ma che sottolinea la necessità di politiche coordinate, che coinvolgano società civile e istituzioni, definendo anche il ruolo dei media e di tutti quei soggetti che hanno peso nella formazione culturale di una comunità.

“Ogni due o tre giorni una donna muore a causa della violenza inflitta dall’uomo”, ricorda l’Ambasciatore italiano in Germania Pietro Benassi, dal palco del Savoy. I dati suggeriscono che si tratti di un problema strutturale, da combattere non solo sul fronte delle misure di repressione e ordine pubblico, ma anche sul fronte della formazione intellettuale.
Un dialogo tra istituzioni e società, dunque, che iniziative come quella di Düsseldorf contribuiscono a mettere in pratica, quasi a suggerire che, contro l’ignoranza dell’atto violento, la cultura può davvero fare la differenza.