Berlin Abgeordnetenhaus photo
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di Axel Jürs

Michael Müller, il sindaco della città-Stato Berlino (Regierender Bürgermeister), ha dichiarato più volte di aver ricevuto dai cittadini il mandato di governare, affermazione per cui ha ricevuto reazioni di tutti i tipi, dall’ironia ad accuse di mancanza di realismo. Con il 21% dei voti, la dichiarazione del leader dell’SPD è sembrata ad alcuni un segno di arroganza, se non una fantasticheria. Se oltretutto calcoliamo il risultato in rapporto non ai voti ricevuti, ma al totale degli elettori, il 21% si riduce al 14%, una cifra che enfatizza ancora di questo insieme di considerazioni. Gli avversari politici criticano spesso questo particolare contegno e dichiarano di considerarlo paradigmatico dell’attitudine dell’SPD a vedersi un po’ come “proprietaria della città”.
Anche se i programmi dei Verdi, dei conservatori della CDU e dei socialisti di Die Linke sono ovviamente diversi, sono comuni le loro esperienze come partner “piccoli” nelle coalizioni con l’SPD, negli ultimi 15 anni. I capi di tutti i tre partiti hanno sempre mal sofferto l’atteggiamento medio dei social-democratici e se ne sono spesso lamentati nell’ultima campagna elettorale, offrandosi tutti tre, però, allo stesso tempo, come partner per i prossimi cinque anni di governo, a volte persino nell’ambito dello stesso dibattito televisivo.
Non solo i giornalisti, ma anche gli elettori hanno giudicato questo doppio ateggiamento con una certa severità. Ma in fondo che altro potevano fare i tre partiti, visto che CDU, da una parte, e i Verdi e Die Linke, dall’altra, hanno definito le differenze tra di loro in termini così inconciliabili? È chiaro che dopo la chiusura dei seggi elettorali, alle 18.00 di domenica 18 settembre, i risultati sembravano lasciare solo la possibilità di un altro periodo di cooperazione al governo insieme all’SPD, per quanto punito dagli elettori. Ma davvero non c’era altra scelta? Forse non è proprio così, in fondo i limiti nelle scelte politiche sono quasi sempre legati alla portata della propria fantasia strategica.

Varrebbe la pena, sia per i politici berlinesi, sia per gli elettori e i giornalisti, di ricordarsi di essere europei e di guardare a fondo nella storia politica di altri Paesi, sopratutto quelli con vasta esperienza di crisi politiche e una saggezza maturata nel superare anche le diferenze ideologiche più gravi. Servirebbe molto, ad esempio, soprattutto per i conservatori della CDU e i socialisti/comunisti di Die LINKE, guardare attentamente all’esempio italiano del compromesso storico del 1977, quando il leader della DC (Democrazia Cristiana), Aldo Moro, e quello del PCI (Partito Comunista), Enrico Berlinguer, decisero non proprio di dimenticare le differenze ideologiche tra i due partiti, ma di non limitare più delle possibilità e delle scelte politiche comuni per il futuro dello Stato. Suggellarono quel compromesso storico (chiamato “terza fase” in ambito democristiano e “alternativa democratica” dagli eurocomunisti del PCI) con la stretta di mano del 28 Luglio del 1977. Il riavvicinamento dei due partiti proponeva una pacificazione della vita poltica in anni difficilissimi, ma anche la possibilità di immaginare un futuro non più limitato delle ideologie.
Sebbene Italia e Germania esprimano culture politiche diverse, si possono comunque individuare dei parallelismi nella storia dei due Paesi: la vita poltica di Berlino, per esempio, sia come capitale della Germania riunita, sia come città-Stato federale anche 26 anni dopo la riunificazione, soffre ancora del retaggio delle ideologie del passato.
Anche se ci sono stati e ci sono esempi di cooperazioni di successo tra la CDU e Die Linke, i conservatori e gli ex-comunisti, che si trattavano come nemici poco dopo la caduta del Muro, ufficialmente non si sopportano neanche oggi e sono distanti anni luce da una cooperazione politica. Una cooperazione che però ha funzionato bene nel 2001, nel distretto di Mitte, quando CDU e PDS (nome precedente di Die Linke) hanno deciso di unire le forze e di votare, nell’assemblea locale del distretto (la Bezirksverordnetenversammlung), per un sindaco del distretto cristiano-democratico, Joachim Zeller.
Quindici anni dopo, stavolta non solo per il distretto di Mitte, ma anche per la città e il governo dello Stato federale di Berlino, esisterebbe la possibilità teorica per CDU, Die LINKE e Verdi di governare insieme. Basterebbe buttarsi e cooperare tra partiti di quasi uguale forza (17,6% CDU, 15,4% Linke, 15,2% Grüne). Per un compromesso di questo tipo, che ricorderebbe quello “storico” di un’altra storia italiana, ci vorrebbe sicuramente un bel po’ di coraggio e tanta disciplina. Ma forse, se l’esperimento riuscisse, magari da quel tipo di costellazione “alternativa” anche l’SPD potrebbe imparare tanto. Insomma, la storia e la democrazia italiana potrebbero servire come modello e poi, forse ancora più importante, un nuovo “compromesso storico” potrebbe buttare giù il “muro” che ancora esiste nella mente di tanti berlinesi e preparare così una “terza fase” di riunificazione della città, al momento ancora fortemente divisa dalle ideologie.