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di Alessia Del Vigo

C’è un odore familiare, i beat di Elke partono lenti, torno indietro nel tempo, al mio arrivo a Berlino, a tutte le ore passate a stampare t-shirt e Jute Beutel nel suo studio, mentre lei lavorava a nuovi pezzi. “Gravitate” è Il mio preferito in assoluto. Lei mi ha fatto conoscere i Chvrches e ora suonerà nel corso di un evento abbastanza importante della scena elettronica berlinese: “Il compleanno del Dr. Motte”. Ogni anno, il secondo weekend di luglio, il Dr. Motte celebra il suo compleanno al Suicide Circus, noto club sulla movimentata Revaler Straße, e si lascia omaggiare da altri amici dj. In fondo è sua, la festa.
Non sono dell’umore migliore, ma sono sulla guestlist e ho voglia di ballare, non voglio perdermi per nulla al mondo la scaletta di Elke, che essendo la meno famosa, suonerà per prima. Ma se a Londra non arrivi mai troppo presto, a Berlino decisamente sì. Arrivo con quaranta minuti di anticipo e davanti all’ingresso ci sono solo quattro persone, mi lascio ingannare dall’età e chiedo lumi sulla guestlist. Mi rispondono “wir wollten nur rauchen” (vogliamo solo fumare). Eccola là, la figuraccia. Effettivamente è presto, l’inizio è previsto per le 23.55, a cui vanno aggiunti almeno 15 minuti canonici di ritardo e sono appena le 23.07. In questa attesa strana, in uno dei cortili più frequentati del weekend berlinese, c’è quasi silenzio. L’Urban Spree ha già messo su musica, ma è evidente che si tratta di un riscaldamento del riscaldamento. Alcuni membri dello staff del Suicide Circus escono e salgono di buona lena a chiudere il cancello principale, il limbo del clubbing è questo e io ci sono finita dentro per un eccesso di zelo. Passa un corteo di protesta contro la chiusura del Rigaer 94 sulla Warschauerstraße, scontri e polizia a profusione. I tizi che volevano solo fumare sono privi di un accendino e vengono a chiedermelo, si rivelano essere amici del proprietario e sgattaiolano dentro veloci. Io attendo serafica e sempre più “tedesca” nel mood e nel contegno, quando qualcuno mi chiede “e tu?”. Mi fanno entrare subito e, non so, forse è ancora più limbo di prima: dentro al club stanno ancora facendo il soundcheck e caricando le birre.

Elke arriva all’improvviso, mi dice che suonerà dentro, non nel giardino, e che il tecnico è scorbutico di natura. Mi racconta che domani saranno sulla Bz, qualcuno ha fatto una foto alla tavolata dei DJs. Intanto qualcosa inizia piano piano a muoversi, alcune persone entrano dal retro, il cancello che dà sulla Warschauer è ancora chiuso, viene riaperto quando la manifestazione si è ormai spostata. Il Dr. Motte si muove qua e là tra i suoi ospiti, offrendo prosecco e ghirlande di fiori. Elke rientra per gli ultimi accorgimenti prima di iniziare, le è vicino l’esperto Mijk van Dijk, che suonerà dopo di lei. In pista ci sono giusto un paio di persone, piano piano iniziano ad entrarne altre, sembrano più intenditori che semplici fruitori, si siedono accanto a me con le spalle al muro e concentratissimi, sorseggiano una birra e guardano verso la consolle, seguono i beat muovendo il viso a tempo. In questo inizio di serata, dove il club sembra quasi uno studio di registrazione o una performance privata, i colori della scenografia mi riportano con la mente al mio primissimo personale approccio con la musica elettronica, quando a sedici anni andai per la prima volta al Fever Hose Club ed entrai in un mondo completamente diverso dalle discoteche che avevano reso famosa la Versilia.
Ogni tanto registro un sample del set di Elke: sta mixando alcuni suoi brani, come “Afterglow”, e pezzi più famosi, come “What else is there” dei Röyksopp, e suscita la curiosità di chi non la conosce. Una signora accanto a me mi chiede “Weißt du wie der Dj heißt?” (sai come si chiama la dj?), le chiedo se si riferisca alla signora alla consolle e al suo assenso rispondo “Frau Silberfischer!”.
L’atmosfera si scalda e inizio a muovermi anch’io, in fondo il bello dell’elettronica è proprio questo: ci si può isolare nella propria sfera, concentrandosi sulla musica e creando il proprio ritmo. Il set di Elke è ormai agli sgoccioli e Mijk van Dijk già si prepara. Ora tocca a lui, la pista comincia a riempirsi e ognuno trova la propria connessione con i beat. Mi piace sapere di essere nella mia personalissima bolla di sapone, cercando il mio ritmo e agganciandomi alla musica. Resisto piu di un’ora, finchè il caldo, i fumi, l’odore di marijuana e la birra iniziano a indurmi una certa sonnolenza ed esco a prendere una boccata d’aria. Elke sta ballando fuori, nella pista in giardino, e ci mettimo a chiacchierare. Nel frattempo un gruppo di teenager francesi le chiede del fumo e un neozelandese ubriaco chiede a me se valga la pena restare al Suicide Circus. Dopo circa mezz’ora torno dentro a prendere qualcosa di analcolico, voglio sentire anche il terzo dj, che comincerà a suonare tra dieci minuti. Mi avvio al bancone e qualcuno mi tocca la spalla: è Elke, che mi dà una drink card. Chiedo un’acqua tonica e qualcuno mi tocca la spalla: “Are you Brasilian?”. E parte una conversazione in francese…
e pensare che non volevo uscire.