ATLAS Berlin è la versione berlinese di uno spettacolo diretto da Ana Borralho e João Galante, messo in scena per la prima volta a Lisbona nel 2011, nel pieno della crisi economica portoghese. Da allora l’associazione culturale casaBranca ha portato lo spettacolo in 35 città, in tutta Europa e oltre, ed è arrivato per la prima volta in Germania grazie agli Ufer Studios, all’interno del progetto Ausufern, che accoglie produzioni esterne sulle scene del centro di danza contemporanea di Wedding.
Basata su una filastrocca portoghese, l’opera intende restituire al teatro il proprio ruolo di spazio politico, promuovendo una rivoluzione dal basso ispirata al lavoro di Joseph Beuys e portata in scena attraverso cento persone dai lavori diversi, che si presentano attraverso la propria professione e le proprie emozioni. I cento partecipanti al workshop di ATLAS Berlin, durato una settimana, sono stati seguiti da un team composto da “Alface” Cátia Leitão, Tiago Gandra, André Uerba e Andrea Sozzi per casaBranca, e da Veronika Bökelmann, Barbara Friedrich e Eva Maria Hörster per Ausufern, con la collaborazione di Judith Gramm e Juan Harcha. Più di cinquecento persone hanno assistito alle tre rappresentazioni andate in scena, tra l’1 e il 3 luglio 2016, presso lo studio 14 degli Ufer Studios.

ATLAS Berlin-Ufer Studios
ATLAS Berlin-Ufer Studios

di Giuseppe Sofo

Ci sono atlanti che si aprono tra le mani e raccontano i luoghi tramite fiumi, colline e strade. Altri raccontano lo stesso luogo in modo diverso, attraverso le voci e le storie dei suoi abitanti.
L’atlante di “ATLAS Berlin” si apre con una filastrocca portoghese. Si um elefante incomoda muita gente, dois elefantes incomodam muito mais. Se un elefante disturba molta gente, due elefanti disturbano molto di più.
Il problema è che gli elefanti non sono gli unici a disturbare. A volte anche le persone disturbano altre persone, e a volte molto, molto di più. Per questo a inizio luglio l’associazione culturale casaBranca di Lisbona, diretta da Ana Borralho e João Galante, ha fatto salire (o meglio scendere) sul palco degli Ufer Studios di Berlino cento persone di lavori diversi, dopo aver fatto lo stesso in altre 35 città, in tutta Europa e oltre.
E così la capitale tedesca è stata disturbata da artisti felici e artisti e basta, da musicisti e ingegneri siriani, da un ballerino diventato cuoco e da un ballerino diventato ballerina, da stranieri ormai tedeschi e tedeschi ormai stranieri, da esperti di ingegneria idraulica maliana che vendono succhi di verdure in Germania e da bambini che non vogliono riordinare la propria camera. Tutte queste persone si uniscono alle tremilacinquecento che hanno già preso parte a questo progetto, da Reykjavík a Rio de Janeiro, da Faro ad Atene.
Uno dopo l’altro, i cento partecipanti al workshop hanno portato in scena un pezzo di sé, unendo la propria voce al coro per disegnare il proprio itinerario su quell’atlante infinito che descrive Berlino. Per unire il proprio percorso all’interno della città a quello degli altri. E seguendoli, questi percorsi, ci raccontano una città diversa da quella che percepiamo ogni giorno. una città in cui le distanze tra gli esseri umani sono molto minori, i confini decisamente più labili, e in cui un abbraccio può spezzare mille catene di indifferenza, o semplicemente di ignoranza.
I miei occhiali si sono rotti il giorno dell’ultima performance e da allora vago per la città con una vista precaria e l’impossibilità di cogliere ciò che mi circonda, se non i contorni delle cose. Eppure mi muovo. Come se questo atlante e queste mappe di carne e ossa, di carne e storie, che mi si sono aperte davanti nei giorni scorsi, mi permettessero di seguire il filo invisibile che lega ogni punto di Berlino a me. Non ho bisogno di occhiali per trovare il punto in cui io e i miei fratelli siriani Saad, Hamza, Mohamed e Abbas suoneremo insieme o quello in cui io e Franz abbiamo tifato Italia. Non ho bisogno di occhiali per trovare il momento in cui io e Ryota cucineremo insieme, quello in cui io e Hannah disegneremo qualcosa insieme, o quello in cui uno sguardo diretto ad altri centonovantotto occhi mi ha fatto capire perché non sono a Berlino, ma sono di Berlino.
Se un elefante disturba molta gente, cento persone disturbano molto molto molto di più. Lasciatevi disturbare e ci ricorderemo insieme perché siamo vivi.

ATLAS Berlin-Ufer Studios
ATLAS Berlin-Ufer Studios