I Colle der Fomento, storico gruppo rap romano attivo dal 1994, si sono esibiti al Bi Nuu il 17 giugno insieme a RAK (Barracruda). Il concerto è stato organizzato da Mongolfiere Libere Project, collettivo che organizza a Berlino interessanti eventi al Suicide Circus e che tra poco festeggerá i tre anni di attività.
Vincenzo Patané e Dario Mosconi hanno intervistato per noi Masito, dei Colle.

colle der fomento photo
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Una cosa che ci ha colpito è stata la scaletta, sembrava proprio organizzata a pennello.

Solitamente noi non siamo mai organizzati in questo senso, cinque minuti prima di salire sul palco decidiamo quali pezzi suonare, magari decidendo quali proporre tra i più recenti.
Quando andiamo all’estero, invece, la cosa è ben diversa. Ci incontriamo prima della serata e decidiamo la scaletta a tavolino come dei “pischelli” al primo concerto. L’intro iniziale, ad esempio, a parte il fatto che non si sentiva bene, era una cosa appositamente preparata per questa serata di Berlino.

E il revenge di “Odio pieno” l’avete fatto per questa occasione?

No, quello lo facciamo spesso nei live, dobbiamo farlo. Abbiamo visto che se Kaos non fa i pezzi vecchi, la gente quasi s’arrabbia, quindi devi per forza. Da “Odio pieno” parecchio, da “Scienza doppia H” qualcosa, da “Anima e ghiaccio” qualcosa. Ci sono dei pezzi che devi fare. In più abbiamo scoperto negli anni che devi farlo con la loro base. A volte prima, per divertirci, cambiavamo base, prendevamo la strumentale del momento che andava di più e ci facevamo sopra il pezzo. Poi abbiamo capito che la gente vuole la base originale. Prima la cosa ci stancava, ma poi abbiamo visto che alla fine viene bene. Quindi abbiamo preparato più dei pezzi “da battaglia”, diciamo.

Dei pezzi nuovi che ci dici invece? “Sergio Leone”, ad esempio…

Beh, di nuovo c’è solo “Sergio Leone”, in realtà. Ormai da parecchi anni ci autoimponiamo questa disciplina per cui facciamo soprattutto i pezzi vecchi e abbiamo sempre strofe nuove che però non eseguiamo mai dal vivo e questo è frustrante.

Perchè?

Kaos per esempio quando scrive una strofa nuova molto spesso la fa dal vivo per entusiasmo. Anche noi abbiamo la stessa voglia, lo stesso entusiasmo, magari lo assecondiamo durante il check, ma durante il live no perchè adesso, con YouTube, rischi che in un attimo ti rubino la strofa.

Come state organizzando la distribuzione delle canzoni? Fate autoproduzione?

Si, facciamo autoproduzione. Però non molto per scelta, per fare i “fighi”, per essere underground. È una necessità, in quanto le case discografiche non si comportano spesso bene. Moltissimi gruppi importanti sono in causa con la casa discografica alla quale si erano appoggiati. Evidentemente c’è un motivo importante proprio alla base. Noi abbiamo fatto l’esperienza Virgin e abbiamo fatto l’esperienza IRMA records, che è una casa discografica piccola, e quindi abbiamo avuto modo di conscere entrambe le realtà. A quel punto abbiamo capito che si poteva fare da soli. Pensiamo che l’autogestione sia importante, per curare tutti gli aspetti del disco.

Domanda rivolta al futuro: avete intenzione di fare altri dischi?

Assolutamente sì, stiamo facendo il disco nuovo. Noi sappiamo fare questo, io penso che se ce l’hai dentro, lo devi fare. Io non lo faccio per lo stipendio. Alla mia maniera, anche se può sembrare assurda, però è così. I pischelli a volte mi parlano, durante le serate, e quando vedono che ho la barba bianca, i capelli bianchi, restano colpiti. Però in America questa in questo senso c’è una cultura diversa, c’è gente di sessant’anni che ancora fa cose, quindi penso che anche da noi, nella piccola Italia, possa esserci spazio per tutti.

Tra l’altro penso che uno debba smettere quando non ce la fa più. Noi ce la facciamo. Nei live il fiato c’è. Cerco di curare la mia forma fisica al fine di migliorare le mie prestazioni sul palco: io faccio nuoto proprio per aumentare il fiatto nei live, vado a correre, mangio sano. Nel nostro piccolo contesto underground io mi sento un professionista. Non mi piace chi, sopratutto ad alti livelli, sale sul palco ubriaco. Ho visto i live di tutti, non faccio nomi, ma io vado ai live di tutti i rapper italiani e quasi tutti “si affogano” al secondo, quarto pezzo. Modestamente ho 41 anni, fumo un pacchetto di sigarette al giorno, però il mio, in quel momento, lo faccio. Poi magari sono morto per tre giorni, ma in quel momento lo faccio.

Come ti è sembrata quest’esperienza a Berlino?

Bella. All’estero vedo sempre energie nuove, c’è un bel movimento.

Che vorresti vedere a Berlino in questi pochi giorni?

Beh, io sono qui per la calligrafia e la grafica. Berlino è la città storica della calligrafia europea, è il top. Qui c’è Zapf, uno dei più grandi, che sicuramente voglio andare a vedere. Andrò anche per negozi, comprerò libri, materiale che in Italia non si trova. Oggi si può anche comprare on-line, ma a me piace stare sul posto, sfogliare i libri, capire quelli che valgono, quali no. È una vera e propria passione.
Poi mi guarderò la città. Sono sempre curioso, all’estero.

Mete turistiche?

Quelle le frequenterò di più insieme alla mia ragazza, quando tornerò qui, più con calma. Questa volta solo negozi.

Sai che a Berlino ci sono circa 100.000 italiani?

Eh sì, siete proprio in tanti. Ho molti amici a Berlino. Con tutta sincerità, se avessi dieci o vent’anni in meno ci verrei a vivere. Mi piace il rap ma in questo momento, come ho già detto, sono molto interessato alla grafica e alla calligrafia e Berlino è il posto giusto. Berlino o Amsterdam.

Secondo te com’è la situazione del rap italiano attuale? Com’è cambiato negli ultimi dieci anni? C’è stata un’evoluzione o un’involuzione?

Partiamo dal presupposto che io cerco di ascoltare un po’ tutto quello che esce, almeno una volta, per capire dove si va. Sinceramente, prima sarei stato molto più sicuro nel dirti che negli anni novanta era tutto molto meglio e che quello che c’è oggi non è all’altezza. Ora non lo so più. Nel rap italiano i giovani hanno qualcosa di fresco nelle loro parole, vedo qualcosa di buono, in loro, però non lo so ancora identificare bene. Pero c’é qualcosa di buono. È troppo facile dire “si vestono da pagliacci e fanno il rap con l’auto-tune”, questo te lo diranno tutti. io ti dico che del buono c’è. Il problema di queste nuove leve sono gli esempi. Al pischello italiano piace il potere, ma quello più basso, il potere della camorra, il potere dei soldi mostrati, delle macchine e dei gioielli esibiti. Io questa cosa non ce l’ho proprio, dentro. Non me ne frega niente dei cerchioni della Serie 3, sono fatto così. Se a te piace quello, piacciono le macchine, piace il calcio, va bene, non è lì il succo del discorso. Ma in generale dai rapper italiani, soprattutto quelli molto bravi, tipo Salmo, mi aspetterei qualcosa di rilevante. Le rime “fighe” con le citazioni dei film le fanno un po’ tutti. Sono bravissimi: live, disco, video, dieci e lode! Però, dopo tanto che fai questa cosa, sappi che non ti ascoltano solo i ragazzini, ti ascolta pure gente adulta. E se vuoi sotto il palco gente che ha più di 16 anni devi dare a queste persone qualcosa in più. Questo, penso.

E riguardo al discorso degli anni novanta e delle quattro discipline dell’hip hop che mi dici? Ha ancora valore, secondo te, o è una cosa passata?

Io canto con Simone, col Danno da diversi anni ed abbiamo opinioni diverse sulla cosa. Io sono un writer che fa il rapper, lui è un MC, un rapper puro al 100% e ce ne sono pochi ,in Italia.
La scena di adesso mi lascia un po’ perplesso. Tutti i writer che conosco, ascoltano i Led Zeppelin. Penso inoltre che le quattro discipline si possano vedere molto collegate o scollegate: rimangono comunque quattro cose.
È bello questo ideale di hip hop, no? Però a volte, pure quando lo dici sul palco, ti sembra di dare un contenuto vuoto alla gente. La Zulu Nation è quasi la Gestapo. A me piace l’hip hop che viene dalla cultura black., Malcom X, Muhammad Ali, queste cose qui. Quando i neri hanno perso la loro identità e hanno iniziato a “lisciarsi i capelli”, secondo me hanno perso la bellezza che c’era. Quando tu ascolti Lauren Hill, è imbattibile. Lauren Hill, dal vivo, è imbattibile. Tu, italiano, tedesco, francese, europeo, pieghi prorio la testa di fronte a quel livello, perchè è un livello altissimo. L’americano, l’afro-americano, esprime un livello assoluto in questo ambito. Il rap europeo potrà essere comunque valido, ma gli mancerà sempre quell’identità che l’ha creato.
Quindi da quando non esiste più questa realtà per me, parlare di hip hop e delle quattro discipline perde un po’ di senso.
I graffiti hanno fatto una brutta fine, non per colpa della street art, ma per colpa del grosso pubblico che arriva ed etichetta, io la penso diversamente. A me per esempio non piace neanche Banksy, parlano tutti di Banksy, che comunque fa una cosa che fanno i centri sociali di tutta Europa da una vita, i messaggi politici con le mascherine. A me piace più Obey Giant, perchè io sono grafico quindi mi piace chi fa la grafica. La street art è carina, però, se mi ricordo quando scappavo dalle guardie, quando stavo nascosto per ore, era un’altra cosa, molto più divertente. Poi per carità, ci sono degli artisti favolosi come Blu, ma quella è arte. Le quattro discipine del rap hanno fatto ognuna il suo percorso. Ma quando ogni cosa cresce troppo perde di senso. Non so, forse oggi non fare hip hop è la cosa più alternativa che puoi fare.