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Photo by Sean MacEntee

Disclaimer: questo non è un post contro i tedeschi, né vorrei mai che venisse recepito in questo senso. Nei miei tre anni di permanenza in Germania non mi sono mai sentita esclusa, discriminata o disprezzata, se escludiamo l’orrendo ristoratore alcolista che mi sfruttò nel peggiore dei modi quando vivevo a Colonia. Ma il tipo era italiano, quindi i tedeschi non c’entrano.
Ad ogni modo anche in Germania, per la legge dei grandi numeri, doveva prima o poi capitarmi qualche incontro sgradevole e la cosa si è verificata lunedì, quando sono andata all’Ordnungsamt di Friedrichshain-Kreuzberg, per avere una nuova Gewerbeschein.
Dietro il bancone c’erano due donne di mezza età. Mentre aspettavo il mio turno ho chiesto un paio di informazioni a un berlinese con il cappellino da baseball e le braccia tatuate. Era un uomo simpatico e si è offerto di aiutarmi con la lingua ove avessi incontrato delle difficoltà. È entrato prima di me, dicendomi che lo avrebbe anticipato alle impiegate, ma quando è uscito aveva una faccia irritata e perplessa.
Credo ce l’abbia con chi non parla tedesco” ha spiegato, riferendosi a una delle due “è una donna molto ostile e dice che non dovresti vivere in Germania se non sai la lingua e che se non la parli non ti darà nessun documento”.
A quel punto ho provato quel misto di rabbia, senso di umiliazione e assurdo senso di colpa che probabilmente molti immigrati conoscono bene. “Perfetto” ho detto ad alta voce “se questa persona non provvede immediatamente a rilasciare il documento che mi serve per lavorare legalmente in questo Paese e per il quale pagherò al sistema venti euro per il disturbo, io chiamo la polizia all’istante”. Sono entrata preparandomi a dire “das ist kein Deutschkurs und Sie müssen mir helfen”, ma la truce signora era stata sotituita dalla collega, molto gentile e disponibile.
Oltretutto, paradossalmente, la comunicazione tra noi è avvenuta in tedesco e senza intoppi. L’altra intanto pestava sulla tastiera con la stessa delicatezza usata con gli expats. Quando sono salita al piano superiore per ultimare la pratica, sono stata raggiunta dall’uomo che aveva cercato di aiutarmi. “Volevo solo accertarmi che avessi risolto”, mi ha detto con sincera partecipazione.
L’ho ringraziato e gli ho risposto che era andato tutto bene, perchè fortunatamente non avevo avuto a che fare con la vecchia xenofoba.
Lui ha annuito e poi ha detto piano, ma di vero cuore: “bitch!”.

♠”Alan”–Kill your boyfriend♠

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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