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Incredibile, i clienti arabi del palestinese da cui vado a rasarmi la testa più o meno ogni due settimane continuano a guardarmi con costernazione ogni volta che entro. Eppure sono ormai una cliente abituale. L’insegna recita “parrucchiere per uomo, donna e bambino”, ma il salone è sempre pieno di soli maschi tra i tredici e i settant’anni che si fanno sagomare la barba e rasare la parte inferiore del cranio. E tutti mi fissano, sempre.

Probabilmente mi credono una specie di freak “genderconfuso” e il libanese che di solito si occupa di me ha preso a passarmi regolarmente il tagliacapelli anche sulle basette e su una parte della faccia. Ogni tanto mi propone il rasoio. L’ultima volta me l’ha mostrato, ha sorriso e mi ha detto “che ne pensi?”, con l’aria di un amico che la sa lunga. Mi sono sentita tentata e ho avvertito una piccola flessione interna, come se l’omone che vive dentro di me avesse gonfiato i muscoli. Alla fine ho declinato. A volte accetto.

Mentre guardavo un programma di candid camera sul televisore ultrapiatto che pende proprio accanto all’ingresso e prestavo distrattamente orecchio alle conversazioni casuali che mi arrivavano addosso a ondate, ho realizzato che trovo la lingua araba bellissima. Il barbiere mi ha detto che se ho voglia di impararla posso provarci anche online e mi ha dato qualche dritta. Ho i miei bei dubbi al riguardo, non posso imparare l’arabo prima di aver acquisito un tedesco decente, è una questione di principio.

Il mio chitarrista sta molto opportunamente frequentando la Volkshochschule, di cui ho un’esperienza che risale ai tempi di Colonia. Il mio insegnante era polacco, divertente, bizzarro, decisamente gay friendly e molto buono. Ancora mi manca. I miei compagni erano una congerie improbabile. Tra loro spiccava un certo Mohamed. Emigrato in Germania per sfuggire al fisco italiano, violava ogni tipo di norma, giuridica e morale. Prendeva regolarmente multe di cui si disinteressava. “La macchina non è mia, me l’ha prestata un amico”, ci rassicurava. Aveva una fidanzata storica, ma andava con altre donne senza mai confessarglielo perché nella vita è fondamentale tradire con rispetto”. Ovviamente si aspettava che lei restasse a casa a fare la muffa e a venerarlo come un dio minore, perché “la donna tradisce sempre con il cuore, mai solo con il corpo. Devo dire che in materia di doppia morale aveva appreso la lezione italiana alla perfezione.

Dopo aver ascoltato l’insegnante usare von zu Hause nella frase “mi porto una torta da casa” si fissò del tutto a caso sul fatto che la torta in questione dovesse intendersi come “fatta in casa” e continuava a ripeterlo, convinto. “Ma non importa se la torta è fatta in casa, Mohamed! Il senso dell’esempio è che te la porti DA casa!”, cercavamo invano di farlo ragionare. “Sì, ma è comunque fatta IN CASA!” precisava lui, testardo.

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Photo by Martin LaBar (going on hiatus)

Una sera, dopo la lezione, mi trovai a ridere di tutto questo con il mio chitarrista, nei bagni della scuola. Pensavamo di essere soli, ma a un tratto ci sorprese il rumore di uno sciacquone e capimmo che uno dei gabbiotti che pensavamo deserti nascondeva un ospite. Il solo sospetto che la persona che ci aveva ascoltati fino a quel momento fosse proprio Mohamed ci spinse a una fuga rocambolesca per le scale e i corridoi dell’edificio, fuga che si arrestò davanti a una porta chiusa che cominciammo a spingere invano. In preda al panico e sentendoci inseguiti come in un film del primo Dario Argento non ci eravamo accorti dell’ovvio. Ovviamente c’era scritto “ziehen”, tirare. Eterno grande classico, come le nature morte e il binomo amor-mors.

Non so che fine abbia fatto Mohamed, non l’ho più visto, così come non ho più visto il mio adorabile insegnante polacco. A Berlino il mio tedesco è peggiorato, la maggior parte delle persone che frequento si esprime in inglese e in inglese leggo, parlo e guardo film. Per questo non posso dare retta al libanese e imparare la sua bellissima lingua, devo prima perfezionare quella di Heinrich Böll. Anche se in tre anni ho comunque fatto degli enormi passi avanti.

Adesso so tirare subito una porta su cui spicca la scritta “ziehen”.

 

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Photo by stomen

♠ Colonna sonora: “So what”– Crass♠

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Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitaremostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.