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I professionisti sportivi che si dopano, se scoperti, andranno in prigione. Questa è la novità più significativa di una legge approvata recentemente dal Parlamento tedesco finalizzata a ridurre l’utilizzo di sostante dopanti tra gli atleti. Le cose, in precedenza, erano differenti: il professionista sportivo positivo ai test veniva sospeso per due anni, mentre i responsabili del trattamento medico non avevano da temere sostanzialmente nulla. Con la nuova normativa tutti coloro che hanno a che fare con il doping potranno andare a finire dietro le sbarre; sono previste infatti pene fino a tre anni, anche per il semplice possesso di farmaci dopanti o per coloro che li procurano allo sportivo.

Come spesso accade le reazioni al provvedimento di legge sono contrastanti, in questo caso in modo particolarmente evidente.

Il Ministro federale della giustizia Heiko Maas (SPD) si dice molto soddisfatto del contenuto a suo dire molto moderno della legge, che farebbe della Germania un paese all’avanguardia nella lotta al doping e che potrebbe essere anche di aiuto in relazione alle prossime votazioni per la scelta della città che ospiterà le Olimpiadi nel 2024 (Amburgo è una delle cinque candidate). Per Maas l’approvazione di questa legge rappresentava un obiettivo politico personale (il suo partito l’aveva infatti inserita su sua iniziativa nel programma di governo), essendo convinto che il fenomeno del dopaggio, come testimoniavano i casi risalenti agli anni ’90 Baumann e Krabbe/Breuer/Derr, è diffuso anche nel paese.  

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Dieter Baumann / imago

Ciò che tuttavia potrebbe più colpire nelle affermazioni del Ministro della giustizia tedesco è la circostanza che a suo parere il maggiore avversario della legge è stato lo “sport organizzato”, quasi che questo non creda che lo Stato possa essere utile nel contrasto del fenomeno.

Il Ministro tedesco è ovviamente consapevole del fatto che i tentativi di infrangere le regole dello sport continueranno ad esserci, e tuttavia a suo parere era più che altro importante mettere un punto sulle modalità con le quali società e Stato devono reagire una volta scoperte le frodi.   

Gli oppositori della legge ne contestano il carattere pressoché “simbolico” ma anche la sostanza “giuridica”. La domanda che ci si pone, tra i più fini contestatori della legge, è quale sia il bene giudico che viene protetto da questa legge in considerazione del fatto che la sanzione penale – in ogni società – rappresenta un’estrema ratio per la difesa del vivere comune. Ciò che lo sport abbia a che fare con l’integrità della persona e della vita e la difesa della proprietà privata  (beni “giuridici” classici) è infatti, per i questi oppositori, poco chiaro; inoltre ci si chiede chi sia, in caso di doping, il reale danneggiato del comportamento illecito. La risposta dei politici, a questa domanda, sembrerà ad alcuni eticamente ineccepibile, ad altri priva di qualsiasi contenuto sostanziale: occorre difendere l'”integrità dello sport”. Ma, a tal proposito, che senso ha garantire (come previsto dalla normativa)  a coloro che si cospargono il capo di cenere e mostrano in relazione alla frode commessa un “pentimento attivo” il beneficio della libertà? Si può essere tanto sicuri che lo sportivo che mostra un “pentimento attivo” sia mosso da principi così solidi da meritare la libertà malgrado la frode compiuta?

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Radrpofi Jan Ullrich © Augenklick/Roth / dpa

Altre accuse rivolte alla legge, di tipo meno giuridico-filosofico, riguardano la sua struttura di fondo, che a parere di taluni criminalizzerebbe gli sportivi  e non il “sistema” che porta all’utilizzo di sostanze dopanti.

Cosa dire: in Germania non sono in pochi a ritenere che il provvedimento sia sostanzialmente inutile e che sarà in grado di incidere solamente in piccola parte nei confronti del fenomeno. Il doping nello sport (ahimè non solo in quello professionistico) è, temo, confacente alla società che lo produce: le necessità di imporsi, per i singoli o per un’organizzazione statale (negli ultimi decenni abbiamo assistito a numerosi scandali “di Stato”, dalla Germania Est, all’URSS, agli USA, all’Italia, alla Spagna ecc.) giustifica scelte che disprezzano i valori etici che lo sport, secondo l’opinione di molti, dovrebbe difendere.

Lo sport professionistico è infatti altro: può suscitare interesse, emozioni, positivo spirito di emulazione, ma non può certamente essere preso eticamente ad esempio. Lo sport professionistico non può essere di esempio né per gli adulti né tantomeno per i bambini. E questo ovunque. Ovviamente possiamo illuderci, farci attivamente fregare, mascherare la realtà come meglio crediamo. Ma la verità è questa, e credo che a lungo resterà tale.

pavel chute

*Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul blog di pavel chute.

PAVEL CHUTE è nato a Milano nel 1970. È laureato in Scienze Politiche e in Lingue e Letterature Straniere e ha vissuto a lungo in Inghilterra e in Germania (Berlino, Costanza, Colonia) dove ha studiato Africanologia. Lavora come traduttore e ha iniziato recentemente a scrivere racconti e brevi romanzi.

UNA FINESTRA SULLA GERMANIA è una rubrica rivolta agli italiani che vivono in Germania e a coloro che sono interessati a questo paese, raccontato in modo oggettivo, senza schieramenti, riconoscendone per quanto possibile pregi e difetti. Il tutto con un linguaggio semplice, ma diretto.