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Photo by …cave

Recupero all’inizio della settimana le fatiche di un weekend impegnativo. Impegnativo fisicamente, perché una lottatrice professionista mi ha fatto provare sensazioni simili a quelle sperimentabili su un banco di stiramento del Santo Uffizio, impegnativo psicologicamente, perché ho conosciuto una persona scampata a un regime orrendo di cui non abbiamo idea per via della nostra condizione, privilegiata anche quando ci lamentiamo di non vivere in una democrazia reale. Forse essere frustati in pubblico o detenuti per aver espresso un’opinione al bar potrebbe chiarirci le idee.

Ho ascoltato la storia tragica in un appartamento dalle pareti azzurre. Mi sono rotolata con la lottatrice su un tappetto altrettanto azzurro in una palestra improvvisata all’estrema periferia di Berlino, a una fermata S-Bahn e diverse fermate di autobus dopo quella di Marzahn. Il panorama era desolante, eppure esercitava su di me un certo fascino perverso. C’è qualcosa che mi piace nel deserto, anche in quello di cemento, e in fondo potrei sopravvivere egregiamente anche lontana da tutto, se solo potessi lavorare da casa e avessi la possibilità di evitare quello che davvero mi fa sentire alienata: non l’isolamento, ma la solitudine.

Vi ho già detto che i miei coinquilini mi accusano spesso di essere asociale? In realtà non ho un problema con la gente, ho un problema con le interazioni caotiche o superficiali. Recentemente, per esempio, ho visto per l’ultima volta una persona che ha fatto parte della mia vita solo perché abbiamo suonato insieme. Era in procinto di lasciare la Germania e doveva restituirmi delle cose, così ci siamo visti a casa mia.

Mentre ci guardavamo in faccia senza dire niente, mi sono resa conto una volta di più che non avevamo nulla in comune e che a volte i musicisti finiscono per parlare solo di strumenti, di microfoni, di effetti, di serate da fare o concerti di altri e che la conversazione languisce e i rapporti si estinguono una volta sgranato questo rosario. Non mi basta.

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Photo by Gustavo Devito

Mai dare le spalle all’avversario, tenere le braccia il più possibile aderenti al corpo per evitare che possano essere usate come leva o aprire varchi per chi attacca e guardare negli occhi il dolore che non proveremo mai, quello degli altri. Sono gli insegnamenti della settimana e quelli per la vita che verrà. Intanto collasso sotto l’effetto degli antistaminici. Mi toccherà prenderli almeno fino a febbraio e questo mi sta rendendo impossibile leggere a letto, privandomi di uno dei miei più grandi piaceri. Alla fine della giornata mi infilo sotto le coperte con un libro in mano, accendo la luce dell’abat-jour e muoio al mondo quasi istantaneamente. Mi sveglio ore dopo, disorientata, con la luce accesa e gli occhiali schiacciati sulla faccia.

Un giorno li romperò, lo sento.

♠ Colonna sonora: “Come back Margareth”– Camera Obscura♠

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Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.