countryside fog photo
Photo by Infomastern

Stamattina mi sono svegliata con una forte nostalgia dell’Italia rurale del nord, in cui non ho mai vissuto. Mi capita spesso di provare questa specie di Sehnsucht legata a tempi e luoghi lontani, necessariamente inafferrabili.

Ricordo che da piccola ero ossessionata dal 1956. Mi dispiaceva non essere stata bambina allora (oggi mi dispiacerebbe ancora di più esserlo stata, ovviamente per ragioni anagrafiche). Non facevo che farmi raccontare da mio padre episodi della sua infanzia, di quando faceva parte di una gang di giovanissimi che si scontravano con altre bande rionali a colpi di pietre e si immergevano in bidoni pieni d’acqua con una cannuccia in bocca. Mia madre invece mi parlava della famosa nevicata, del fatto che le macchine in transito fossero un evento e di quando giocava in campagna, liberando la fantasia tra i papaveri, le mucche e le ortiche. Erano gli anni ottanta, e io li odiavo. Odiavo il loro suono, la loro chiassosità, il loro fragore. Li avrei rivaluti solo dopo, ovviamente, una volta diventati irraggiungibili perché ormai finiti.

nuns teacher photo
Photo by Beaton Institute Archives

La mia insegnante di primina era una suora, c’era un’unica maestra senza velo nell’istituto religioso in cui imparavo le prime lettere dell’alfabeto e andavo in processione vestita da angelo e non era la mia. Invidiavo i suoi alunni e la sua aula mi sembrava sempre piena di sole. Tornavo a casa e mi stendevo sul letto, sentendomi tagliata fuori da tutta quella luce. Ho sempre provato un complicato e strano languore per quello che non ho, per il tempo che non vivo, per le cose che non faccio, per quello che non sono. Odio il presente perché mi spinge ad agire, a diventare qualcosa o qualcuno, a combattere e vincere battaglie rispetto alle quali sono sempre in ritardo. Mi piacciono il passato e l’eternità perché nel passato e nell’eternità tutto è compiuto, ma io non posso vivere per sempre e quindi non so che fare.

Oggi, novembre 2015, sono a Berlino, Charlottenburg, e penso alle valli di Comacchio e agli anni quaranta. Sono le 10.41 e ho appena preso la mia pasticca di Eutirox accompagnata da due spruzzi per narice dello spray che dovrò usare almeno fino a febbraio. Nel frattempo il mondo sta affrontando una crisi mondiale, c’è appena stato il terribile attentato dell’Isis a Parigi, la Merkel ha parlato al Kanzleramt completamente vestita di nero, la Francia sta bombardando incessantemente Raqqua e contemplando la possibilità di modificare la costituzione e delegare il potere ai militari.

Domenica me ne vado a Marzhan ad assistere a un incontro di lotta femminile.

Dicono di combattere senza regole, come al “Fight Club”.

Suona ragionevole.

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Photo by Eric Langley

Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

♠ Colonna sonora: “L’amore è un ospedale”– Diaframma♠

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