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di Mattia Grigolo

Talvolta bastano poche parole per cambiare le regole e per segnare un’epoca. A volte una frase può cambiare il corso della storia. Abbattere muri.

Günter Schabowski, se n’è andato ieri, 1 novembre 2015, nel “Giorno dei Morti”, ha lasciato Berlino a 86 anni dopo averne dettato il futuro, per qualcuno una rinascita. La salvezza. Tutto questo pronunciando una semplice frase improvvisata, ma capace di mettere fine ad un periodo storico preciso.

Il problema è che quello fu un errore.

Il 9 novembre 1989 Günter Schabowski era portavoce della Deutsche Demokratische Republik (DDR), la Repubblica Democratica Tedesca e – rispondendo ad una domanda di un corrispondente Ansa, in conferenza stampa  – dichiarò che da quel momento i cittadini della Germania Est avrebbero potuto entrate da uomini liberi, senza nessuna restrizione, nel territorio della Germania Ovest (la Repubblica Federale Tedesca, RFT). Il Muro cadde.

Nella realtà dei fatti, Schabowski  avrebbe semplicemente dovuto dire che i cittadini della DDR potevano richiedere e assicurarsi nuovi permessi speciali per entrare nella RFT, quindi dalla Germania Est alla Germania Ovest. Il portavoce non era stato presente al consiglio nel quale si era discussa la faccenda e finì per confondersi, liberando – di fatto – Berlino. Abbattendo un muro, quella stessa notte.

La notizia si diffuse in pochi minuti e migliaia di persone si riversarono per le strade fino davanti al checkpoint di Bornholmer Strasse costringendo i soldati ad aprire i confini. Era la fine di una Berlino divisa, la quale torno unita ufficialmente un anno dopo, nel 1990.

Da quel momento, la vita di Günter Schabowski cambia radicalmente nel modo peggiore. Inizialmente fonda un giornale, lo Heimat-Nachrichten, una rivista locale alla quale lui lavora come giornalista a pieno regime, ma nel 1997 viene condannato a tre anni di reclusione per avere contributo attivamente all’attuazione di misure inumane adottate contro chi tentava di scavalcare il Muro. Nel 2009 pubblica un’autobiografia che racconta la sua vita e gli anni della DDR. S’intitola “Abbiamo sbagliato quasi tutto”.

Ma come andò realmente la conferenza stampa in cui Schabowski cambiò il corso della storia?

La conferenza stampa era stata indetta per annunciare alcune nuove riforme e opportunità a favore dei Paesi d’occidente. Era fondamentalmente una conferenza stampa pro-forma, niente di estremamente importante, solo qualche nichelino da buttarsi in tasca per scrivere un buon articolo di terza pagina il giorno seguente.

A presiedere lo sventurato e ingenuo Günter Schabowski il quale, nel rispondere alla domanda di un corrispondente ANSA italiano, Riccardo Ehrman, s’impappina, vuoi per l’estrema lentezza con la quale la DDR gestiva tutte le proprie conferenze stampa, vuoi per gli argomenti che non erano poi così indispensabili. Il botta-risposta fra i due si scioglie più o meno in questo modo:

“Signor Schabowski, il governo ha imposto – poco tempo fa –  diverse restrizioni riguardo la possibilità di fare dei viaggi verso determinati paesi comunisti. Non è pentito?”

“No, il governo non è pentito” Schabowski legge confuso tra le carte che ha davanti, poi continua “A proposito, oggi abbiamo deciso riguardo una nuova regolamentazione che rende possibile, per ogni cittadino della Repubblica Democratica Tedesca, l’uscita attraverso i posti di confine della RDT.” Fine. Punto e a capo. La storia cambia.

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Sono a decine i giornalisti presenti, i quali immediatamente si animano, smettono di sonnecchiare e prendere appunti distrattamente. E’ il momento di mettere sottopressione quest’uomo in difficoltà. Le parole sono ormai uscite, sono state registrate, trascritte. Impresse. Schabowski non regge più e si confonde ulteriormente. Peter Brinkmann, giornalista di Bild urla domande a raffica, grida per mettere ancora più confusione. Krzysztof Janowski, di Voice of America, la radiotelevisione americana, fa una domanda fondamentale, il tassello numero due nella rivoluzione storica che sta per essere compiuta:

“Le nuove regole che rendono possibili i viaggi fra Germania Est e Germania Ovest, sono applicabili anche a Berlino?”

Schabowski, ormai nel panico e nella confusione, si deve far ripetere la domanda due volte. Poi risponde:

“Sì.”

Tutto si sta sgretolando, la vita professionale di quest’uomo, questo Günter Schabowski portavoce senza voce, il cemento di quel Muro scricchiola. La domanda più importante arriva dal giornalista venticinquenne Ralph T. Niemeyer. Il tassello numero tre.

“Da quando queste misure avranno atto?”

“Che io sappia, dovrebbero avere effetto immediatamente. Da ora.”

Il 9 novembre 1989 si ricorda come il “Giorno della caduta del Muro di Berlino”.

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