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© Rudi Meisel

di Mattia Grigolo

Vedo un edificio in rovina, è come se si fosse accasciato su se stesso, stanco. E’ in quella posizione da molti anni. Nessuno ci bada più, resta nudo un suo lato, spogliato e raso al suolo. Vedo strade senza più asfalto, la polvere si alza e si soffia nelle narici di chi passa, quando c’è il vento e il sole. Il fango e i ciottoli imprigionano le caviglie di chi passa e sporcano una città che si rialzerà, ma ancora non lo sa.

Berlino è divisa da un muro, immaginatevi gli undici anni prima del 9 novembre 1989, potete pensare ad una città segnata da uno skyline post-apocalittico, ma incredibilmente piccolo-borghese. La Germania Est. La Germania Ovest.

Rudi Meisel ha documentato quel periodo con delle fotografie. Non ha preteso nulla, soltanto di ritrarre una città che si stava rialzando per la seconda volta e che subiva la sua più grande frattura, quella del cemento che la divideva da una parte all’altra. Meisel ha viaggiato, sia ad Est che ad Ovest, fotografando la quotidianeità della città. Le lotte, la ribellione giovanile, la vita nei bar, i giochi dei bambini per strada, le stagioni e il lavoro. Il risultato, forse sorprendente da quanto banalmente impossibile nell’immaginarlo differente, è che non si notano le discrepanze tra Est ed Ovest. “Straordinariamente simili nella loro natura piccolo borghese, nell’architettura e nelle abitudini.” Solo le parole di Felix Hoffmann, curatore della mostra di Meisel, ospitata alla C/O Gallery Berlin fino al 1 novembre.

E’ fotografia di strada,  scatti onesti, puri. Rispettosi di quello che ritraggono e attenti nel non alterare nulla di ciò che si prendono, abbandonando l’arte della fotografia o la fotografia artistica, a favore della fotografia. La fotografia e basta.

© Rudi Meisel
© Rudi Meisel
© Rudi Meisel
© Rudi Meisel
© Rudi Meisel
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