Neukölln photo
Photo by x1klima

Sabato sera sono stata in un cineclub di Neukölln in cui mi rifugio ogni volta che posso. Ottimi film, possibilità di mangiare bene e bere del buon vino, anche in sala, nessun rischio di incontrare gente che urla strafatta, mi ferma biascicando o mi sbava addosso, insomma, il mio spazio sociale ideale. Ci sono andata con la mia coinquilina – che in realtà chiamo sempre e solo “fratello” come la truce genderpromoter che sono. Volevo vedere “Taxi Teheran”, ma era in farsi con sottotitoli in tedesco e la risposta che ho ricevuto è stata “tu mi vuoi male”. Inappellabile.

Abbiamo quindi ripiegato su un altro film iraniano che si è rivelato strepitoso, “A girl walks home alone at night” di Ana Lily Amirpour (ne abbiamo parlato qui). Praticamente Pasolini che incontra la 4AD e l’estetica dark anni ottanta, il tutto con una spruzzata di Fellini. Per il tema ispiratore poteva ricordare “Only lovers left alive ” di Jarmusch, ma ho trovato il film della Amirpour anche più bello, con la sua atmosfera desertica, la fotografia mozzafiato e intuizioni del tutto originali.

tilda swinton only lovers left alive photo
Photo by deepskyobject

Sulla via del ritorno abbiamo cercato un bar perché mio fratello voleva bere un whisky e io un altro bicchiere di vino. Ne abbiamo esclusi un paio perché sovraffollati, rumorosissimi o pieni di fumo e alla fine abbiamo optato per un gay bar che esponeva all’esterno la scritta “refugee welcome” e all’interno “refugee discount”. Spiazzante un terzo cartello con la scritta “ich liebe meine vagina”, ma non ho avuto niente da obiettare. Come direbbe Annie Lennox “who am I to disagree?”.

Il bar era pieno, ma non caotico, il clima dolce, la notte rilassante. Abbiamo bevuto fuori, appoggiate al muro, e dopo circa cinque minuti si sono avvicinate due ragazze. Raccoglievano materiale per una ricerca universitaria e ci hanno intervistate sul tema delle battaglie lgbt e su quanto Berlino sia una città “regina” per chiunque si muova in questo ambito. Abbiamo parlato di identità e orientamento sessuale, della crisi siriana, di depressione e di disordini ormonali, poi le ragazze sono andate a ballare e noi siamo tornate a casa. Se fossimo state un cartone animato avremmo fatto le bolle dal naso tra Meringhdamm e Richard Wagner Platz, invece ci siamo limitate a sonnecchiare senilmente vicino a una coppia che si sbaciucchiava con alacrità.

Mi sarebbe piaciuto bere un ultimo bicchiere di vino rosso tra le lenzuola e magari leggere un paio di pagine del libro più vicino alla mia mano, però ero stanchissima e il libro più vicino era “Le anime morte” di Gogol in tedesco, dimenticato da Wolfie insieme al resto delle sue cose. Così sono crollata come nei classici happy ending dei temi delle elementari, vale a dire “stanca ma felice”, la testa piena di visioni di vampire iraniane e studentesse piene di entusiasmo e voglia di cambiare il mondo.

I love my vagina photo
Photo by quinn.anya

♠ Colonna sonora: “Death”– White Lies♠

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Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.