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Photo by L//S photography

Sono tornata a Berlino. L’estate sta volando via al rallentatore, aleggia ancora il ricordo dell’afa di qualche settimana fa, ma la temperatura si abbassa ogni giorno di più e la mattina fa già freddo. Faccio i conti con i miei malanni, alterno vaccino, antibiotici, cortisone e zenzero (sempre più caro) e cerco di risolvere i miei piccoli problemi, accantono l’idea di un batterista e mi metto in cerca di una drum machine e di un termometro. Credo di avere la febbre, ma non so a quanto. Intanto l’Europa si confronta con un flusso di uomini, donne e bambini che scappano dall’area mediorientale e dal nordafrica, da guerre e fame, dall’Isis e da Erdoğan, da Boko Haram e dalle conseguenze di sanguinosi conflitti di cui ci arrivava solo l’eco, prima che fossimo costretti a guardare negli occhi chi prova a fuggirne o muore provandoci.

Tornando a casa dal supermercato ho visto esposto un quotidiano che aveva in prima pagina la foto del piccolo Aylan Kurdi, il bimbo siriano affogato sulle coste della Turchia insieme alla madre e al fratellino. Accanto c’era una foto del padre, unico sopravvissuto alla tragedia. Il titolo recitava “Sein Kind, unsere Schmerzen”, suo figlio, il nostro dolore. Non è la sola vittima di una costante tragedia umanitaria, Aylan, ma in questi giorni, indubbiamente, il simbolo dell’ingiustizia del mondo, atroce spartiacque che separa chi vive nel benessere senza merito e chi sopravvive a stento senza colpa. E davanti alla sua foto mi sono fermata, la busta penzoloni e nella mente una scritta che ho letto a Bellevue su un tubo per il drenaggio dell’acqua: “nessun uomo è illegale”.

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La città non si gira dall’altra parte, va detto. Proprio da Berlino è partita l’operazione “Refugees welcome”, che mette in comunicazione i rifugiati con i tedeschi disposti a ospitarli, ma in moltissimi si stanno attivando comunque, come possono. E questo mi fa sentire bene.

In compenso un ventiseienne è stato arrestato per avere gioito della morte di Aylan su Facebook, il suo appartamento di Hellersdorf è stato perquisito, il suo computer è stato sequestrato e nel frattempo è stato licenziato. Non si conosce ancora, invece, il destino dei due orripilanti individui che sull’S41, all’altezza di Landsberger Allee, hanno insultato una famiglia con due bambini definendola “schifoso pacchetto di richiedenti asilo”. Dopo aver pronunciato una serie di slogan nazisti e aver urinato su uno dei bambini sono stati arrestati a Frankfurter Allee, anche se la famiglia aggredita non si è ancora presentata per sporgere denuncia e questo rischia di rendere le conseguenze penali meno gravi. Solo l’idea mi dà la nausea.

Questi casi clinici, oltre che “politici”, ovviamente non rappresentano Berlino, Berlino sono i passeggeri che chiamano prontamente la Polizia, i datori di lavoro che licenziano chi gioisce pubblicamente della morte di un bambino, i volontari che tengono lezioni di inglese e tedesco ai rifugiati. Purtroppo però, estendendo il discorso oltre il singolo caso di cronaca, è ormai innegabile che l’Europa sia sedotta da rigurgiti di estrema destra che avvelenano il dibattito sui diritti umani con deliri identitari e razzisti. E in questo momento cruciale in cui i governi dei singoli Stati sono chiamati a mostrare di che pasta siano fatti, anche i cittadini rivelano i loro istinti, la loro moralità e la loro natura. E a volte bastonano, come sull’isola di Kos, appiccano il fuoco, come a Quinto di Treviso, in Sassonia e nel Baden-Württemberg, o più semplicemente diffondono, sui social network come al bar, un odio ottuso e dilagante che molte nazioni non arginano. Non lo fa l’Italia, in cui Salvini continua a sproloquiare dal fondo della sua ignoranza di becero calcolatore, non lo fa l’Ungheria di Orbàn, che usa spray urticanti contro i profughi, non lo fa il Cameron, ignavo com’è sempre stato e ostile come Farage.

Incontestabile invece la manovra della Merkel, che ha sospeso gli accordi di Dublino per i profughi siriani riguadagnando strategicamente una popolarità internazionale compromessa dalla questione greca, secondo i detrattori, o semplicemente facendo la cosa giusta, secondo i sostenitori. Quale che sia l’interpretazione che vogliamo dare di questa decisione, non se ne poteva prendere una migliore. Ma il vero segnale alla destra xenofoba è stato dato da tutte quelle persone che hanno applaudito i rifugiati a Monaco, Bonn, Vienna e Salisburgo distribuendo giocattoli, strette di mano, cibo e coperte. Coperte che non mi basterebbero per sopravvivere, se fossi io a vagare in cerca di un porto franco, con il mio zaino pieno di medicinali e le mucose che si gonfiano ad ogni raffreddore.

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♠ Colonna sonora: “Criminal”– Fiona Apple♠

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Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitaremostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.