Manfred Zumpe, Hans-Peter Schmiedel, Wohn- und Gewerbekomplex Leipziger Straße, Collage, um 1968, © Manfred Zumpe/Berlinische Galerie, Repro: Markus Hawlik
Manfred Zumpe, Hans-Peter Schmiedel, Wohn- und Gewerbekomplex Leipziger Straße, Collage, um 1968, © Manfred Zumpe/Berlinische Galerie, Repro: Markus Hawlik

di Paola Moretti

Vivendoci ci si fa l’abitudine, non la si osserva più con attenzione, ma la storia qui ha uno scheletro di cemento, a volte scalfito da antichi proiettili, altre ricoperto da vegetazione, altre ancora imbellettato da murales. Più o meno ogni costruzione ha qualcosa da raccontare, era qualcos’altro in un passato neanche così lontano. Berlino la città in divenire, della riqualificazione urbana, della stratificazione storica, ma anche delle idee futuristiche. Quest’ultimo è l’aspetto che vuole sottolineare la mostra Radikal Modern alla Berlinische Galerie. Partendo dagli anni ‘60 (periodo del boom edilizio, nonché della costruzione del muro) le fotografie, i plastici, i progetti, ci accompagnano in una realtà che non sempre è stata, ma che sarebbe potuta essere. L’attenzione è rivolta sia ad Est che ad Ovest, sono esposti disegni e planimetrie realizzati in ambito di concorsi per la ricostruzione della città.

Berlino doveva risorgere dalle macerie e lasciarsi alle spalle ferite dolorose, per questo scelse di guardare avanti, di rifiutare le forme di architettura più classiche e sperimentare nuove geometrie, nuovi materiali. Basti pensare alle scelte per la ristrutturazione di alcune rovine, come la Gedächtniskirche o la cupola del Reichstag. L’architettura moderna era un modo per prendere le distanze dai mastodontici piani edilizi del nazionalsocialismo, i quali aspiravano ad una “Welthauptstadt Germania”; ma era anche uno strumento di propaganda politica e comunicazione tra le due metà. La torre della televisione di Alexanderplatz per esempio, portata a termine nel 1969, nasce dall’esigenza di avere un apparecchio di trasmissione abbastanza potente da coprire tutta la superficie di Berlino- Est, come già lo possedevano i rivali al di là del muro. Agli architetti dell’epoca piaceva osare, come hanno fatto Georg Kohlmeier e Barna von Sartory, i quali avevano progettato una rete di tubi sopraelevata in cui le persone potevano spostarsi per mezzo di tapis-roulant. Ed ancora, risale a questo periodo la modernissima Neue National Galerie di Mies van der Rohe, adesso chiusa per lavori, così come il complesso abitativo di Gropiusstadt, dove è cresciuta Christiane F., ed i Plattenbau, tanti amati dall’artista locale Evol.

Ogni edificio ha un suo perchè, il suo essere ancora in piedi lo testimonia. In un percorso ai limiti della fantascienza, tra idee avveniristiche e forme spaziali, questa esposizione serve a raccontarcelo.