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Photo by Kyller Costa Gorgônio

Tetti bassi, colori accesi, afa. Il mio rientro temporaneo in Italia mi ha portato un soffio d’Africa. La mia città natale è piccola e incandescente, i primi giorni non ho potuto fare altro che sonnecchiare davanti al ventilatore, poi sono iniziati i controlli medici. Questo mese “gioco su più tavoli”, ho un’agenda fitta di impegni in clinica e camici bianchi. A dicembre mi opero. Per il momento non riesco neanche a respirare, quest’estate in città mi culla e mi schiaccia. Sono stanca. Da un lato vorrei riposare così per sempre, dall’altro sono sopraffatta da un complicato senso di inerzia e disfatta.

Attraversando Roma in taxi ho detto al tassista che come ogni volta mi sentivo trafitta dalla bellezza della città. Lui ha cominciato a imprecare e poi quasi a urlare che Roma è una fogna, l’Italia anche di più e che i politici sono tutti ladri, i giovani solo dei debosciati e le guerre un modo per sfoltire la popolazione. Ha poi aggiunto che era stato in galera, che in sessant’anni non si era mai goduto niente e che sposarsi era stato l’errore della sua vita, il tutto senza interruzioni, dalla Balduina a Termini. Al netto di frasi fatte e riferimenti personali, il New York Times gli ha recentemente dato ragione con un reportage sui problemi di Roma in cui si parla di disservizi, corruzione, infiltrazioni criminali nel governo della città e di generale declino. Impossibile pensare che tutto questo non mi tocchi e non mi appartenga in modo congenito anche se vivo in Germania ed è altrettanto normale che la mia mente oscilli tra la capitale del mio povero Paese disfatto e Berlino, che ha più abitanti di Roma ma è infinitamente meno caotica, che mi permette di non essere schiacciata dal peso delle mie stesse giornate, che è casa mia, ma al tempo stesso non lo è.

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Photo by Gianni Dominici

I fatti di cronaca nazionale legati alle principali emergenze sociali mi hanno fatto l’effetto di una scudisciata. Una bambina siriana diabetica è morta in mare dopo che gli scafisti le avevano gettato lo zainetto con l’insulina, un senegalese di 47 anni è stato stroncato da un malore mentre raccoglieva pomodori sotto il sole, in Puglia, a Treviso alcuni residenti, aiutati da Forza Nuova, hanno dato alle fiamme materassi e mobili destinati a un centinaio di richiedenti asilo e bloccato i viveri a loro destinati e ad Avesa, in provincia di Verona, la mamma terrorizzata di una ragazza africana ha fatto sdraiare la figlia sul sedile dell’auto perché costretta a passare davanti a un presidio di persone che insultavano genericamente i “negri”.

Ben oltre la banalità del male i miei connazionali, o almeno molti di loro, non si limitano più a non opporsi alle ingiustizie, ma ne diventano parte attiva. Provati da una crisi che non capiscono e desiderosi di trovare risposte facili e un altrettanto facile sfogo alle frustrazioni che subiscono stanno scegliendo, ora come in passato, il vicolo cieco dell’ignoranza. È terribile sentirli parlare, ripetono tutti come mantra gli slogan dei peggiori demagoghi dell’odio, spesso sono borghesi, nessuno di loro si è mai visto soffiare il lavoro da un poveraccio che raccoglie pomodori a 40 gradi all’ombra, ma cambiano tutti espressione quando parlano della cosiddetta “invasione”, sembrano posseduti.

Nel frattempo esprimono solidarietà verso i moltissimi italiani che continuano a emigrare in Germania o in Inghilterra e non si rendono conto del paradosso, empatizzano con chi espatria per avere migliori condizioni di vita e si mostrano duri e crudeli verso chi scappa da guerre, terrorismo e malattie terribili, sono sensibili solo verso i connazionali e i cani e poi in rete scrivono di una bambina rom di due anni morta folgorata da un cavo elettrico “una di meno”. Poi magari vanno a mangiare dalla suocera.

Mi fa male guardare negli occhi l’Italia peggiore, un male incredibile, un male che non si può spiegare.

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Photo by J_Llanos

♠ Colonna sonora: “Cause”– Rodriguez♠
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Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitaremostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.