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Omosessualità: un mero fatto di letto. Identità di genere: un dato di fatto. La capacità di esprimere la propria personalità: un trionfo di punti di vista, atteggiamenti e filosofie. Il diritto: una conquista dell’umanità ancorata al principio di uguaglianza.

Nelle ultime settimane a Berlino ho suonato con artisti che hanno fatto del loro essere gender-fluid un manifesto estetico e artistico. Ho visto uomini eterosessuali cantare gli Abba e la colonna sonora del “Rocky Horror Picture Show” in lingerie e tacchi a spillo perché “ogni volta che posso mettere a disagio un omofobo lo faccio con piacere” e al Bassy Club ho diviso il palco con soprano specializzate in feste fetish, spogliarelliste incinte con il disegno del Kinder Sorpresa sulla pancia, cantanti rock in drag e performer che cambiano pelle e aspetto ogni volta che le incontro e fanno cose interessanti con latte, nastro adesivo e calze velate. Insomma, l’incubo di un Adinolfi qualunque.

Qualche giorno dopo ho invece passato ore soavi nel salotto di una “normalissima” famiglia arcobaleno, che mi ha ulteriormente motivata nella volontà di difendere la dignità di questi bambini e dei loro genitori, che in Italia sono relegati al di fuori del campo visivo delle istituzioni e dalla società. Più che rendersi conto del fatto che ci siano già moltissime coppie omosessuali che hanno figli e che sarebbe il caso di colmare definitivamente quelle lacune giuridiche che creano disuguaglianza e traumi per i minori, gli influencer italiani del pensiero omofobo e i loro alfieri politici impegnati a ottenere un facile consenso popolare a suon di slogan scemi, si strappano i capelli come prefiche e terrorizzano l’uomo medio con visioni di un futuro apocalittico in cui bambini privati sadicamente del papà e della mamma siano lasciati, urlanti, indifesi e vestiti di fucsia, davanti alle fauci del terribile “gender”. Nel frattempo un sacerdote e dirigente di Comunione e Liberazione è prossimo al rinvio a giudizio per pedofilia, nonostante il costante rifiuto del Vaticano a collaborare con la procura. Fragoroso il silenzio di tutti quei “celebri” sostenitori della famiglia tradizionale, che di solito non fanno che parlare della necessità di difendere i più piccoli da “pericoli” come il matrimonio o le adozioni gay. Combattere i pericoli reali e non quelli immaginari potrebbe essere un buon punto di partenza.

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In Christopher Street, durante il Prideho passeggiato a lungo con un anziano signore che mi ha raccontato di quando era giovane. Scattava foto a tutti gli stand e guardava con simpatia i carri che sfilavano e i ragazzi che si baciavano. Mi ha fatto moltissima tenerezza e ho adorato il suo “denglish” mentre il segno dei tempi, tanto diversi da quelli in cui lui, tedesco dell’ovest, scopriva l’esistenza di posti proibiti chiamati “gay bar”, si rivelava nella doppia natura della manifestazione, che di fatto ha avuto due focus. La parata ufficiale è partita da Charlottenburg per arrivare alla porta di Brandeburgo, a Kreuzberg si è tenuto invece un evento complementare e diverso, inclusivo di altre minoranze discriminate e orientato a supportare anche i migranti, i rifugiati e le vittime della povertà e dell’oppressione di governi liberticidi.

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© Pride / screenshot

Avendo visto da poco il film “Pride” mi viene naturale pensare a quanto sarebbe bello e soprattutto giusto riprodurre in un contesto storico diverso e attuale lo stesso tipo di fronte etico e tattico che unì la comunità gay e i minatori vessati dalla Tatcher durante lo sciopero del 1984/1985. Dopotutto omofobia, xenofobia e pregiudizio possono essere, oltre che un fatto ovviamente negativo, lo straordinario collante di gruppi che isolatamente non hanno forza e non hanno voce e che discriminati dall’ignoranza e dalla paura della diversità possono trovare reciproco sostegno e far progredire la società. Se tutti ragionassero come Mark Ashton le piazze sarebbero più spesso come il Pride di Londra del 1985, aperto dai minatori britannici a loro volta sostenuti da omosessuali e lesbiche nella loro lotta contro la morsa neoliberista voluta dal governo conservatore. Dobbiamo solo evitare che religione ed ignoranza anestetizzino i poveri, facciano vergognare gli omosessuali e dividano i popoli. E impedire che i libri brucino nel moderno rogo mediatico della politica televisiva e delle semplificazioni della rete.

♠ Colonna sonora: “The Pope song”– Tim Minchin♠

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.