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Berlino ha bisogno di case. 

Nonostante, soltanto nel 2014, sono state costruite più di 240.000 nuove case, Berlino non è ancora sazia e anzi, necessità di costruzioni. E’ ciò che emerge dagli studi sulla popolazione e il mercato presentati dall’Istituto federale per l’Edilizia, l’Urbanistica e lo Sviluppo Territoriale. La stima si aggira intorno alle 272.000 abitazioni da costruire entro il 2020, a partire già da quello corrente.

Le motivazioni stanno alla base di una forte immigrazione interna ed esterna verso Berlino, cosa che costringe il governo ad adeguarsi, anche in modo molto drastistico. Ma c’è di più, il numero di famiglie sono aumentate e allo stesso tempo si vive sempre meno “in famiglia” e si tende a lasciare l’ovile prima di quanto accadeva dieci anni fa, con un conseguente bisogno di abitazioni supplementari.

Chiaramente occorre parlare anche di costi, innanzitutto, e di una città che inesorabilmente va mutando sensibilmente.

I costi, o meglio il denaro mancante: il senato di Berlino ha alzato l’asticella dei suoi obbiettivi e si è imposto una costruzione che va dalle 10.000 alle 15.000 nuove abitazioni all’anno, in confronto alle precedenti 6.000, ma in considerazione del quantitativo di case di cui si necessità, è ancora troppo poco. Aumentare ulteriormente vorrebbe dire spendere soldi che non ci sono, se pensiamo che soltanto tra il 2011 e il 2013, la popolazione è aumentata di 129.000 persone dichiarate.

Attenzione però, perché c’è un dato sconcertante: le previsioni – gli studi – dicono anche che il numero di abitanti in Germania si ridurrà di 1.7 milioni di persone entro il 2030, mentre il numero di famiglie – come abbiamo già detto – aumenterà. Quindi, in ogni caso, le abitazioni saranno necessarie.

Il Bundenbauministerin Barbara Hendricks afferma che è stato costruito troppo poco negli ultimi anni e quindi c’è una forte richiesta repressa da parte della popolazione.

Berlino, una metropoli sempre più metropoli, dunque, che rincorre le sue sorelle Parigi e Londra, tallonandole e, forse, arrancando ancora un poco, alle loro spalle, in cerca di una sistemazione in Europa che renda finalmente grazie agli sforzi – volenti o nolenti – che ha dovuto far fronte nell’ultimo decennio.

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