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Alfonso Pantisano (© Julian Laidig)

di Lucia Conti

Intervista ad Alfonso Pantisano, attivista LGBT e fondatore, insieme ad altre sei persone, di “Enough is Enough”, movimento che promuove la lotta all’omofobia e alla transfobia.

Sei uno dei militanti LGBT più attivi in Germania, ma sei anche italiano. Come giudichi il nostro Paese in rapporto alle battaglie che combatti ogni giorno?
Ho due tipi di nemici in Italia, uno è l’omofobo, che mi attacca per come sono e poi, quasi allo stesso livello, ci sono quegli omosessuali che hanno la possibilità di aprirsi, di parlare, di aiutare gli altri affinché la loro normalità diventi “più normale” e invece preferiscono restare in silenzio. Non parlo di coming out sconvolgenti, con famiglie che non se lo aspettano minimamente, ma di coppie che convivono da anni, dormono in un letto matrimoniale e ricevono visite di parenti che sanno benissimo che quelle persone stanno insieme. È questo che non condivido, anche perché tanti genitori di omosessuali a volte non si aprono perché sono i loro stessi figli a non volere che si parli dell’argomento.

Tu quando hai fatto coming out?
Alcuni giorni dopo il mio diciannovesimo compleanno, nell’agosto del 1993.

Come ha reagito la tua famiglia?
Non è stato affatto facile. Eravamo in vacanza in Calabria (siamo originari della costa ionica) e circa tre giorni dopo il mio coming out ho dovuto lasciare l’Italia. Non sapendo dove andare sono tornato in Germania e per qualche tempo sono stato un senzatetto. Ho dormito per due settimane sul pavimento della stazione centrale di Düsseldorf, poi ho iniziato a riorganizzare la mia vita.

C’è voluto molto tempo per ricucire lo strappo con i tuoi?
Abbiamo parlato di nuovo dopo quasi sei mesi e negli anni abbiamo fatto grandi passi in avanti. Credo ne sia valsa la pena e penso che tutta questa sofferenza abbia avuto un senso… e parlo soprattutto della mia. Ma sono molto fiero dei miei genitori, perché so che se uno dei miei nipoti, ne ho cinque, si presentasse oggi da loro dichiarandosi omosessuale, verrebbe compreso senza problemi. Ed è questo che intendevo dire, prima. Se io non avessi mai parlato non sarebbe così.

Indispensabile esporsi, quindi...
In realtà le situazioni sono molte e diverse, l’unica cosa che posso dire è che c’è una vita dopo il coming out ed è molto più bella di quella che abbiamo vissuto prima. Per me dormire sul pavimento della stazione di Düsseldorf è stato meglio che mentire in casa dei miei. Mentre ero seduto a terra vedevo la gente che mi guardava male, ma tutto il disgusto che leggevo in quelle facce non era neanche paragonabile a quello che provavo quando mi guardavo allo specchio e sapevo che stavo mentendo a tutti, soprattutto a me stesso.

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© Julian Laidig

Perché questo passo sembra essere così difficile?
Non lo so, ma dovremmo smettere di avere paura. Prima di ricorrere ai governi e alle leggi dovremmo aprirci in famiglia e negli ambienti in cui operiamo, perché sono quelli gli avvocati e i giudici di cui abbiamo bisogno come punto di partenza per la promozione dei diritti umani. Più portiamo la normalità nelle nostre vite, più possiamo chiedere quello che ci spetta.

In Italia non si può certo dire che il clima sia favorevole, l’estrema destra da un lato e i cattolici dall’altro cercano di impedire attivamente un’estensione dei diritti agli omosessuali, spesso alleandosi, come nel caso delle sentinelle in piedi…
Il governo italiano dovrebbe innanzitutto difendere i cittadini. L’omosessualità non può essere combattuta, non può essere curata, non può essere evitata. Quanto alla religione io mi ricordo che quando ero ancora in Italia e andavo a scuola, Cristo e Dio mi venivano presentati come esseri onnipotenti e che accoglievano tutti, anche i più emarginati. Oggi i cattolici mi dicono che Dio non mi voleva così, ma a questo punto non è onnipotente, visto che non ha potuto impedirmi di essere gay. A queste persone a volte rispondo che Dio non vuole neanche che facciano sesso solo per piacere e tutte le volte che succede commettono un peccato grave come la mia omosessualità. E comunque noi non vogliamo sposarci in piazza San Pietro o avere la benedizione della Chiesa Cattolica, quello che ci interessa è avere gli stessi diritti di fronte alla legge.

Com’è la situazione in Germania? Cosa è stato conquistato e cosa si deve ancora ottenere?
La conquista più importante sono state le unioni civili, anche se abbiamo tutti i doveri di un matrimonio etero, ma non ancora tutti i diritti, per esempio non possiamo adottare e fino a pochissimo tempo fa (2013) non eravamo considerati coniugi davanti al fisco e quindi pagavamo più tasse. A parte questo ci sono ancora 183 leggi che negano alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle eterosessuali. Molto importante per me è anche quello che succede in strada, nel senso che voglio poter camminare mano nella mano con il mio partner a Berlino, Stoccarda, ma anche nel paesino con diecimila abitanti e sentirmi sicuro.

Vuoi dirmi che a Berlino ancora non è possibile?
Lo è nelle grandi piazze, ma non ovunque. Se vado a Kreuzberg o Neukölln, per esempio, la sicurezza svanisce man mano che la notte avanza. In certe zone e in certi orari non è così facile entrare in metro e sentirsi tranquilli e lo dimostrano i numeri che abbiamo, relativi a ragazzi omosessuali e transessuali aggrediti e picchiati nelle strade di Berlino.

A quanto pare anche in Germania c’è ancora da fare…
Certo che c’è da fare! Intanto tutte le leggi che sono state riviste per garantirci dei diritti non sono state implementate dal governo ma dalla Corte Costituzionale, che purtroppo può decidere solo sui singoli casi presentati. Questo è uno dei più grandi rimproveri che facciamo alla signora Merkel, che a mio parere non ha realmente un problema con gli omosessuali, ma lo ha con il suo elettorato cristiano, che non si aspetta aperture verso il mondo gay. Da bravo fisico la Merkel fa quello che ha imparato per tutta la sua vita e ciò in cui riesce meglio: aspettare. Sa che prima o poi la Corte Costituzionale costringerà comunque il governo a modificare le leggi non conformi alla Costituzione, ma in questo caso il suo elettorato non potrà rimproverarle niente. Questo atteggiamento ci fa arrabbiare tantissimo, come ci fa arrabbiare il fatto che la Merkel dica di avere una “brutta sensazione allo stomaco” pensando ai bambini cresciuti da coppie gay. Dov’è il mal di pancia della signora Merkel quando si parla di bambini orfani o maltrattati?

Cosa ti senti di dire a chi ancora discrimina chi è omosessuale?
Sento molto spesso frasi come “se permettiamo agli omosessuali di sposarsi sarà la fine della famiglia tradizionale”, ma è assurdo! Se un omosessuale registra la sua unione davanti alla legge significa forse che le coppie etero smetteranno di sposarsi e avere figli? Io non voglio togliere niente a nessuno, sono altri che vogliono impedirmi di esistere. Secondo l’art 3 della Costituzione tedesca siamo già tutti uguali di fronte alla legge, non dovremmo neanche stare a discutere su quali diritti mi spettino in quanto omosessuale. Non esistono i diritti umani della comunità LGBT, esistono i diritti umani.

“Enough is enough” è una risposta a tutto questo? Chi siete?
Siamo sette amici che nel 2013, dopo l’approvazione in Russia della legge contro la propaganda gay, hanno capito che era tempo di fare qualcosa. Pensare che in un Paese così vicino persone come noi vengono picchiate, torturate e uccise mentre il governo applaude è terribile, mi ricorda tantissimo i tempi di quell’ometto che abbiamo avuto in Germania negli anni ’30-’40 e che aveva dei baffi orrendi. Putin ha iniziato a entrare nelle sue scarpe e ha sulla coscienza la vita di moltissimi suoi cittadini. La prima manifestazione che abbiamo organizzato si è tenuta il 31 agosto 2013 e hanno partecipato quasi 10.000 persone. Abbiamo attraversato Berlino e abbiamo concluso la marcia davanti all’ambasciata russa, dove ci è stato permesso di parlare, cosa che normalmente non accade. Siamo quindi stati responsabili per la campagna di GQ contro l’omofobia chiamata “Mundpropaganda”, in cui celebrità maschili eterosessuali si sono fatte fotografare mentre si baciavano. A Potsdamer Platz abbiamo ospitato la “Rainbow flame”, accesa nello stesso momento in cui è stata accesa la fiamma olimpica a Sochi e rimasta fino alla fine dei giochi. Per quindici giorni e sedici notti, 24 ore su 24, migliaia di persone hanno protetto questa fiamma e imparato moltissimo sulla condizione degli omosessuali russi. Infine abbiamo organizzato una manifestazione per celebrare la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, che ricorre ogni anno il 17 maggio, in tutto il mondo.

E che ricorda le numerosissime vittime della violenza contro gli omosessuali.
Nel mondo ci sono quasi ottanta Paesi in cui gli omosessuali sono puniti per legge e tra questi circa dieci prevedono la pena di morte. Sono cose inaccettabili.

Siete in qualche modo supportati dalle istituzioni?
Non siamo un’associazione registrata, ma un movimento, non dipendiamo da nessun partito politico, non riceviamo nessun finanziamento dalle istituzioni, solo donazioni dalle persone che ci seguono su facebook e decidono di aiutarci ogni volta che organizziamo una nuova iniziativa. In questo modo abbiamo raccolto i circa 34 mila euro che sono serviti nei quindici giorni in cui è rimasta accesa la “Rainbow flame”. Cerchiamo di limitare il più possibile gli sponsor, specie quelli che ci chiedono pubblicità visibili, perchè vogliamo dare massimo risalto solo al motivo per cui scendiamo in piazza. Per questa ragione non avremmo mai messo nessun tipo di logo accanto alla fiamma che abbiamo protetto a Potsdamer Platz. Avremmo preferito rimanere con una candela in mano e ridimensionare il tutto, piuttosto. Questo è il modo in cui lavoriamo e al momento funziona benissimo così.

Di cosa vi state occupando, al momento?
In Germania si sta pensando di modificare i programmi scolastici per far capire ai bambini che esistono anche famiglie con due mamme o due papà. Gruppi di genitori si sono uniti, sotto il nome di “genitori preoccupati”, e stanno protestando per le strade, temendo che a scuola si possa fare “propaganda gay” e che questo possa far diventare omosessuali i loro figli. Ovviamente è assurdo, io sono nato in una famiglia patriarcale e tradizionale eppure sono omosessuale, è un fatto di natura. Come “Enough is enough” cerchiamo di incontrare questi genitori e quando parlano dell’omosessualità come di una decisione chiediamo loro quando hanno deciso di diventare eterosessuali. A me questa opportunità non è mai stata data, anzi, se l’avessi avuta mi sarei risparmiato tutto il dolore che ho sopportato negli ultimi quarant’anni. L’omosessualità non si impara e non si decide e di sicuro spiegare ai bambini che esiste non li traumatizzerebbe. Il problema inizia nel momento in cui i genitori iniziano a giudicare.

Escludi a priori la possibilità di fare politica in modo più personale o di candidarti?
In realtà già faccio politica, ma a volte ho pensato di farla anche nel senso che intendi tu. Il problema è che non so se sono capace di accettare certi giochetti, per esempio vedere accantonate per quattro anni di legislatura le cose che stanno a cuore alle persone che mi hanno votato, perchè magari la coalizione in cui sono entrato ha deciso di occuparsi di altro. Se un giorno mi candidassi, vorrei continuare anche in Parlamento a combattere le battaglie che stanno a cuore a chi mi sostiene. Purtroppo la politica è fatta di tanta diplomazia e di lunghe attese e la cosa non fa per me, perchè oggi ho quarant’anni, sono un attivista da quasi ventuno e voglio che ci vengano riconosciuti i nostri diritti. Non abbiamo più tempo di aspettare.