© Patrik Jones / CC BY 2.0 (Modified)
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di Alessandro Brogani

Gli italiani amano Berlino, su questo non c’è alcun dubbio. La capitale tedesca li ha accolti in passato e continua a farlo tutt’oggi, così come ha fatto e fa con altre comunità da ogni parte del mondo. Quanto c’è di italiano nella Berlino di oggi? Ha più senso parlare di italianità, così come di tutte le altre identità nazionali in un mondo globalizzato?

A questa e molte altre domande ha cercato di dare una risposta il libro Italo-Berliner, presentato ieri all’Istituto Italiano di Cultura. I tre curatori della raccolta di saggi e interviste, ovvero l’attrice e regista Elettra De Salvo, il professor Gherardo Ugolini e la professoressa Laura Priori, hanno presentato uno spaccato di storie che descrivono a tutto tondo il vivere nella capitale tedesca: oltre 260 pagine dense di considerazioni, iniziative, successi e, perché no, anche di delusioni. All’incontro, moderato dalla giornalista tedesca Maike Albath, era presente anche lo scrittore Andrea Bajani.

I circa 25mila nostri connazionali che popolano in modo “ufficiale” i municipi della città “povera, ma sexy”, uniti a probabili altri 5mila, o giù di lì, non “anmeldati”, contribuiscono a dare un’immagine del Bel Paese fuori dai confini nazionali che si stacca per certi versi dagli stereotipi dell’italiano legato a tradizioni e modi di essere che ne hanno fatto da una parte la fortuna nel mondo, ma che dall’altra, troppo spesso, lo hanno messo nella condizione di sentirsi quasi un personaggio pittoresco, un po’ guascone e un po’ maldestro, seppur simpatico.

I giovani che arrivano a Berlino oggi, spesso, hanno una laurea e varie specializzazioni nei loro curricula, e tendono a mescolarsi alle altre numerose nazionalità presenti sul luogo. Contribuiscono alla crescita del paese della Cancelliera Merkel, portando con sé un prezioso bagaglio socioculturale acquisito in Italia.

Ovviamente non per tutti è così: come per le vecchie generazioni, anche nelle nuove c’è una percentuale consistente di persone che non riescono, o più semplicemente non vogliono, integrarsi, sentendosi semplicemente “di passaggio” e con un futuro aperto a molteplici possibilità, perfino quella di ritornare in patria.

Questo avviene per numerose ragioni, non ultima l’incapacità o la non volontà d’apprendere una lingua certamente non facile, a volte percepita come ostica e ostile, ma pur sempre necessaria se ci si vuole realmente integrare. Tutto sta nel capire quale è il progetto che spinge a trasferirsi qui, fuori dai confini nazionali. Se il progetto migratorio è di breve durata, ci si fa bastare anche la lingua inglese (spesso non ben conosciuta a sua volta).

Al di là di qualunque considerazione di ordine statistico, la nostra è la comunità grazie alla quale, come mi disse tempo fa Roberto Giardina (giornalista da 40 anni  in Germania e da 20 nella capitale), i costumi sociali dei tedeschi sono maggiormente cambiati nel corso di questi anni. Oltre al cibo, alla moda ed alla lingua c’è un certo modus vivendi che attira la progenie di Goethe verso il nostro Paese, da secoli.

Eppure la nostra, che è la seconda comunità d’individui dopo quella turca, al contrario di quest’ultima che vede ben 11 rappresentanti su 35 stranieri che siedono nel Parlamento tedesco, non è riuscita ad esprimere neanche un solo deputato nell’agone politico. Contraddizione che rimane contrapposta alle tante realtà di successo ben messe in evidenza dal libro e che valgono veramente la pena di essere scoperte dal lettore.