Haruki Murakami,  © Elena Seibert
Haruki Murakami, © Elena Seibert

Haruki Murakami è uno dei più grandi autore del nostro tempo, con milioni di copie vendute in tutto il mondo. Nato a Kyoto nel 1949, dopo la pubblicazione del suo primo romanzo in giapponese nel 1979, decide di vendere il jazz bar di proprietà e darsi alla scrittura a tempo pieno.

Le oltre 4 milioni di copie vendute nel solo Giappone con “Norwegian Wood” (1987) gli fanno raggiungere la notorietà internazionale. Tra il 2009 e il 2010, a cinque anni dal romanzo precedente, esce la trilogia “1Q84, che vende più di un milione di copie, con i primi due volumi, nell’arco di un solo mese.

Per voi abbiamo tradotto il suo discorso per la ricezione del Die Welt Literaturpreis, nel quale racconta la sua corsa al Checkpoint Charlie prima della chiusura della frontiera a mezzanotte e l’importanza del Muro di Berlino nei suoi romanzi.

È appena trascorso un quarto di secolo da quando il Muro di Berlino, che separava Est e Ovest, cadde. La prima volta che visitai Berlino era il 1983, e allora la città era ancora divisa in Est e Ovest da quel muro incombente. I viaggiatori potevano raggiungere Berlino Est, ma dovevano passare attraverso una serie di posti di blocco ed erano obbligati a tornare a Berlino Ovest prima che l’orologio segnasse la mezzanotte. Proprio come Cenerentola al ballo.

Insieme a mia moglie e un amico andammo a vedere uno spettacolo de “Il Flauto Magico” di Mozart all’Opera House di Berlino Est. La performance e l’atmosfera erano meravigliose. Ma mentre un atto seguiva l’altro, l’orologio ticchettava inevitabilmente sempre più vicino alla mezzanotte. Ricordo la corsa verso Checkpoint Charlie sulla via del ritorno. Facemmo appena in tempo, alla chiamata di chiusura. Di tutte le performance de “Il Flauto Magico” che ho visto, quella fu la più emozionante.

Quando il Muro di Berlino cadde nel 1989, ricordo di essermi sentito sollevato. “La guerra fredda è finita,” mi dissi, “e sono sicuro che un mondo più pacifico e positivo ci aspetta”. Penso che molte persone in tutto il mondo provarono la stessa cosa. Ma, purtroppo, questa sensazione di sollievo non durò a lungo. Il Medio Oriente continuò a essere coinvolto nei conflitti, ci fu la guerra nei Balcani e un attentato terroristico dopo l’altro, e, naturalmente, l’attacco al World Trade Center di New York nel 2001. Le nostre speranze per un mondo più felice crollarono.

I muri sono sempre stati un motif importante per me, come romanziere. Nel mio romanzo “Hard-boiled Wonderland and the End of the World” dipinsi una città immaginaria circondata da un muro alto – il tipo di città in cui, una volta entrati, non si può più uscire. Nel mio romanzo “The Wind-up Bird Chronicle” il personaggio principale si trova in fondo a un pozzo, passa attraverso le spesse mura di pietra del pozzo ed entra in un altro mondo. E quando ho ricevuto il Jerusalem Prize, ho tenuto un discorso a Gerusalemme dal titolo “Muri e Uova”. Parlai di muri e delle uova che si rompono contro di loro. In confronto ai muri, quanto siamo impotenti noi? Mentre tenevo il discorso c’erano aspri combattimenti in corso a Gaza.

Per me, i muri sono un simbolo di quello che separa gli individui, che separa una serie di valori da un’altra. In alcuni casi un muro può proteggerci. Ma per proteggere noi, deve escludere gli altri – questa è la logica dei muri. Un muro infine diventa un sistema fisso, che rifiuta la logica di qualsiasi altro sistema. A volte violentemente. E il Muro di Berlino ne fu certamente un esempio lampante.

A volte mi sembra che distruggiamo un muro solo per costruirne un altro. Potrebbe essere un vero e proprio muro, o un muro invisibile che circonda la mente. Ci sono muri che ci dicono di non andare oltre il punto in cui siamo, e muri che dicono agli altri di non entrare. Un muro finalmente crolla, il mondo appare diverso, e noi tirano un sospiro di sollievo, solo per scoprire che un altro muro è stato eretto in un’altra parte del mondo – un muro di etnia, di religione, un muro di intolleranza, di fondamentalismo, un muro di avidità, un muro di paura. Siamo in grado di vivere senza un sistema di muri?

Per noi scrittori, i muri sono ostacoli che dobbiamo sfondare. Niente più né meno di questo. Quando scriviamo romanzi passiamo attraverso muri, metaforicamente parlando. Passiamo attraverso muri che separano la realtà dall’irrealtà, il conscio dall’inconscio. Vediamo quale mondo si trova al di là di un muro, ritorniamo nel nostro dall’altra parte e descriviamo in dettaglio, in forma scritta, ciò che abbiamo visto. Non giudichiamo il significato del muro, o i pro e i contro del ruolo che esso svolge. Dobbiamo solo cercare di ritrarre accuratamente la scena che abbiamo visto. Questo è il tipo di lavoro che facciamo giornalmente noi scrittori.

Quando una persona legge la finzione e ne viene emozionato ed eccitato, può sfondare quel muro insieme all’autore. Naturalmente, quando egli chiude il libro è fondamentalmente nello stesso posto in cui era quando ha cominciato a leggere. Se si è spostato è una questione di 10 o 20 centimetri al massimo. La realtà intorno a lui non è cambiata, e nessun problema reale è stato risolto. Eppure il lettore viene lasciato con la netta sensazione di aver sfondato un muro, di essere andato da qualche parte e di essere poi tornato indietro. Viene lasciato con la sensazione di essersi spostato dal suo punto di partenza, anche se si tratta solo di una piccola distanza. E io ho sempre creduto che sperimentare quella sensazione fisica sia la cosa più importante nella lettura. La sensazione reale di essere liberi, che se si vuole, si possono sfondare muri e andare dove si desidera. Voglio fare tesoro di questo sopra ogni altra cosa. E scrivere tante storie quante posso in grado di renderlo possibile. E condividere quel tipo di storie con quante più persone possibile.

I problemi che oggi affliggono il nostro mondo ovviamente non saranno risolti da questo tipo di coscienza condivisa. I romanzi, purtroppo, non hanno quel tipo di effetto immediato. Per mezzo di una storia siamo in grado di immaginare piuttosto vividamente un mondo diverso da quello in cui viviamo oggi. Di fronte alla realtà oscura, violenta e cinica in cui viviamo, questa potrebbe sembrare, a volte, una speranza debole e fugace. Ma il potere di immaginazione, che ogni individuo possiede, si trova proprio in questo: nel tranquillo, ma prolungato, sforzo di continuare a cantare, di continuare a raccontare storie, senza perdersi d’animo.

In un mondo di muri, immaginare un mondo senza di essi, vedere chiaramente quel tipo di mondo nella nostra immaginazione può, in alcuni casi, portarci a visualizzarlo anche nella realtà. Vorrei continuare a credere che le storie abbiano questo tipo di potere.