© abbilder / CC BY-ND 2.0
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di Mauro Meggiolaro*
(twitter @meggio_m)

Vivo nel Kiez, esco nel Kiez, mangio nel Kiez. La farmacia è nel Kiez, l’enoteca è nel Kiez. Il supermercato è nel Kiez. Tutto è nel Kiez. Senza Kiez non vivrei. Senza Kiez non ci sarebbe vita sulla terra. Non a Berlino. Non saprei nemmeno come definirlo il Kiez. Non è un quartiere, non è un isolato. Sul dizionario online non c’è. Quando ho abitato a Berlino, nella mia vita precedente, nessuno diceva “Kiez”. Si diceva “abito vicino alla metro taldeitali, alla stazione talaltra”. Ora sono tornato e c’è il Kiez di qua, il Kiez di là, il Kiez di su e il Kiez di giù. Tutti parlano di Kiez.

Ma che cos’è un Kiez? Un’area urbana autosufficiente, un microcosmo indipendente e omogeneo, con confini ben precisi a sud, ovest, nord, est. Più piccolo di un quartiere, più grande di un isolato. In un Kiez c’è tutto quello che ti serve: la birra, l’officina, il vietnamita, il baretto sotto casa, i fiori, il detersivo, il pane, il latte, la pasta De Cecco, la posta, la passata Mutti, il dottore. Se hai fortuna anche un piccolo teatro in un cortile interno, il cinema indipendente con i muri scrostati, una disco caverna tecno con la condensa che sgocciola dal soffitto. Una volta che ne hai scoperto i pregi non lo lasci tanto facilmente. Non esci quasi mai dal Kiez. La tua vita è lì, non ti serve nient’altro.

A volte, quando vuoi farti una corsa o una passeggiata, parti dal confine ovest e cammini verso il confine est. Poi superi il confine e per un po’ non c’è nulla, solo case senza negozi, senza bar né ristoranti. È la terra di nessuno. Vai avanti ancora e inizia un altro Kiez, che non è il tuo. Ogni tanto ci vai, ma è come andare nel paese vicino per poi dire che lì i parcheggi sono ancora gratis, ci sono meno turisti, meno casino, la gente sembra perfino più felice. Alla fine ti incammini verso casa e per strada ti fermi nello spazio vuoto.

È buio, c’è solo un baretto all’angolo con le luci ancora accese. Entri e dietro il bancone ci sono due italiani. Un sardo e un siciliano. Vendono la birra Ichnusa, che non ti piace tanto perché è dolciastra, ma sa di estate. Vendono il Cannonau e il Nero d’Avola e gli arancini e il pane carasau. Un’oasi in mezzo al niente, un posto di vedetta tra un Kiez e l’altro. Fai una pausa, ti riscaldi, parli dell’inverno, dell’Italia, della Roma. Poi ritorni in strada e fuori fa freddo. Cammini con passo più spedito, trattieni il respiro, schivi due ubriachi che sbandano. A un certo punto vedi in lontananza le luci, i girarrosti, le pallotte dei falafel che sfrigolano nell’olio, il russo palestrato che fuma la shisha in strada con i suoi compari. Tra due minuti ci sei, sei nel Kiez. Sei a casa.

* Mauro Meggiolaro è un giornalista italiano residente a Berlino, da dove collabora con ilfattoquotidiano.it e Valori.it. Il suo blog si chiama Berlin Anatomy.

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