© Christian Allinger / CC BY 2.0
© Christian Allinger / CC BY 2.0

di Miriam Franchina

Il lusso del dottorando è che è un po’ un Michelasso: mangia, beve e va a spasso. In combinazioni diverse e ordine sparso, e con il ciclico blocco dello scrittore, quando si contempla l’opzione di farsi monaco in Tibet, o il giro del Guatemala in autostop, o di riciclarsi come modella per taglie comode in Thailandia piuttosto che fissare per ore i pixel tremolanti dello schermo che dovrebbero tramutarsi in tot battute, pagine etc.

Zompettando fra un dubbio esistenziale e l’altro (talvolta si chiamano “conference papers”, talvolta “capitoli da strutturare”, con la primavera anche “ma perchè di nuovo un crucco?”), devo trovare qualcosa cui aggrapparmi, una parvenza di progresso nel mio bagaglio di saggezza. Del resto i 30 sono ancora a distanza di sicurezza, ma è una distanza che si sgretola fin troppo in fretta e vorrei arrivarci proclamandomi “weiser”.

Da non confondere con il quasi omofono “weißer”, che invece mi farebbe ancor più muso pallido di quanto non sono, visto che “weiß” è bianco. La saggezza è la “Weisheit”, ma per ovviare a qui pro quo dal sapore eugenetico, per il biancore si opta per “Blässe”.

Imparato naturalmente sul campo dato il mio rapporto problematico con i libri di grammatica: informando un amico di una lettura serale, ho concluso sperando che mi “rendesse più bianca”. L’amico in questione, con l’unica scusante di essere un valligiano svizzero e quindi di parlare un tedesco tutto suo, non ha salvato la situazione augurandomi di essere Waise, altro quasi omofono ma che sta per “orfano”.

Bianco, peraltro, è il colore che la fa da padrone in qualunque menù della Bundesrepublik da aprile a giugno, dalle bettole ai ristoranti che se la giocano per le stelle Michelin. È la Spargelsaison, il trionfo dell’asparago bianco coltivato sul patrio suolo, orgoglio nazionale al pari delle bionde (birre e non), delle salsicce e dei crauti.

Non ce n’è, manca solo che lo intingano nel latte a colazione e poi è onnipresente. Per cui, sappiatelo: un invito a cena da ogni buon crucco che si rispetti prevederà una massiccia dose di asparagi, serviti in una burrosissima “sauce hollandaise”, come contorno alla carne o in zuppa, ma insomma sono variazioni sul tema.

Per svignarvela potreste sempre sfoderare l’asso dell’ignoranza linguistica, come – senza consapevolezza- feci io a suo tempo: Spargel è praticamente come Spargeld. Per cui, per me, era la stagione dei risparmi da mettere nel salvadanaio.

Ahimè al cambio stagione i soldi tocca un po’ spenderli, quando il sole finge di far capolino e promette di rispettare, prima o poi, il calendario. Così ci si piega allo shopping per vestiario, e la mia nuova conquista linguistica è lo splendido composto teutonico “Schaufensterpuppe”.

Eh sì, perchè il manichino è una “bambola per la vetrina” e la vetrina, a sua volta, è una “finestra per guardare”, ergo il manichino è una “bambola per la finestra dove si guarda”. Le finestre ordinarie, si sa, non son fatte per sbirciare, per questo sono di solio senza tende, perché il rispettoso crucco non oserebbe mai buttar l’occhio e fare del voyeurismo.

Beandomi di qualche raggio di sole traditore, ieri sera sono uscita in versione primaverile hardcore e sono stata punita. Ovviamente ha piovuto giusto mentre ero in sella e ho sorbito la mia birra serale fra un singulto e l’altro. Ma non tutto il male vien per nuocere, come dire “singhiozzo” ancora mi mancava: “Schluckauf”, ovvero una interruzione del normale processo di deglutizione.

Ma la vera perla di saggezza, quella che segna un piccolo, ma ragguardevole traguardo nel percorso della conoscenza è la varietà linguistica per indicare una sturalavandini. Sarò pur prosaica, ma è uno strumento che può sempre tornare utile. Un sondaggio fra amici e conoscenti ha diffuso il panico: ognuno aveva una sua versione per chiamare l’aggeggio, e nessuno sapeva esattamente se la sua versione fosse canonica o solo dialettale.

Un consulto incrociato e un click sui wikipedia hanno ristabilito una parvenza d’ordine, per cui se vi infilate da Rossman potete chiedere senza timore un Plömpel. Meno colloquiale è il Saugglocke, la campana che risucchia, ma una commessa scrupolosa potrebbe portarvi una ventosa per ostetriche, che si chiama allo stesso modo.

In tal caso, chiedetele un “Klostampfer”, marcando bene “Klo”, perchè altrimenti vi recapiterà uno schiacciapatate. Infine, per andare sul sicuro, sfoggiate la versione più descrittiva, prendete fiato e reclamate un “Haushaltssaugglocke”.

Armata di una “campana succhiatrice per le faccende domestiche”, niente più può intimidirmi, e speriamo che serva a sturare anche il groviglio a livello di sinapsi.

Leggi il blog di Miriam Franchina, “Teutoniche Schegge”