© No Dust / CC BY 2.0
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di Miriam Franchina

Signore e signori, oggi „es geht um die Wurst“.

Ebbene sì, quando si parla di questioni cruciali, in tedesco si tratta di salsiccia. L’onnipresente Wurst, patrio e versatile orgoglio culinario o dileggiato simbolo di vetusta germanità cui si preferisce del tofu, ha una certa duttilità anche a livello linguistico.

Del resto, tutto ha una fine, solo il Wurst ne ha due  (“Alles hat ein Ende, nur die Wurst hat zwei”) e quindi permette un’infinita serie di combinazioni sia nel piatto, sia nelle espressioni idiomatiche. Lo dimostra Hans Wurst, personaggio della commedia tedesca che simboleggia il contadino qualunque e sempliciotto, tanto che oggi dare dell’”hanswurst” significa dare dello stupido.

La salsiccia è l’emblema della socialità germanica: al primo raggio di sole si è tutti intorno ad un bel barbecue all’aperto e ognuno a turno sta alla griglia. Per questo se qualcuno è particolarmente gentile e amabile nei vostri confronti, potrebbe fare un’eccezione e arrostire un Wurst solo per voi (“jemandem eine Extrawurst braten”). Ritenetevi fortunati, avete avuto “culo”, o alla tedesca, avete avuto maiale (“Schwein haben”).

Accompagnamento immancabile è il pane, ma in tempi di magra anche senza si lascia apprezzare (“in der Not schmeckt die Wurst auch ohne Brot”). Non è però vero il contrario, perché se qualcuno vi ruba la salsiccia dal pane, beh, in Italia vi starebbe rubando il pane di bocca (“Jemandem die Wurst vom Brot nehmen”).

Se da noi si va di carboidrati dando pane al pane e vino al vino o finendola a tarallucci e vino, in Germania sarebbe meglio che le salsicce stiano con le salsicce, che non si comparino cioè pere con le mele, come dice ogni buona maestra elementare quando spiega gli insiemi (“Wurst wider Wurst”).

Lord Jim_ CC BY 2.0
© Lord Jim / CC BY 2.0

Insomma, pur riconoscendone l’essenzialità, il Wurst è spesso sinonimo di qualcosa che si trova sempre e comunque, di non particolarmente squisito o raffinato. Così il nostrano “non me ne frega niente” si traduce con “es ist mir Wurst” (o anche “Wurscht”).

Addirittura se uno è sempre apatico ed indifferente, la diagnosi è “Wurstigkeit”: nei casi più disperati chi ne è affetto potrebbe non riuscir nemmeno più a prendersi la sua salsiccia dal piatto (“keine Wurst vom Teller nehmen”). Per raffazzonare, fare le cose un po’come capita, si dice che “si salsicceggia” (“es wird weitergewurstelt”) e chi si trascina senza combinare granché, cazzeggiando, come dire, userà il verbo “durchwursteln” o “herumwursteln”.

Per provare a dare un tocco di sapore in più alla salsiccia magari venuta insipida c’è sempre la senape, così qualcuno che voglia sempre dir la sua e metter becco sarà qualcuno che “seinen Senf dazu gibt”. Il saputello di turno è capace pure che poi si immusonisca se gli si fa notare che la sua opinione non è sempre e comunque richiesta, in tal caso farà la salsiccia offesa (“die beleidigte Wurst Leberwurst spielen”).

Infine un parallelo tra il culinario e il sociologico, perché se da noi potrebbe anche essere meglio un uovo oggi che una gallina domani, l’etica del lavoro luterana suggerisce piuttosto di privarsi della salsiccia se c’è speranza di poter agguantare del più raffinato prosciutto poi (“mit der Wurst nach dem Schinken werfen”).

Certo, sono pillole di saggezza dal sapore antico e premoderno, probabilmente coniate quando tutti noi ancora nuotavamo nel calderone del Wurst di Abramo, ovvero ancora non eravamo nati (“noch in Abrahams Wurstkessel schwimmen”). In questo caso, addirittura, il riferimento è biblico e paragona il nascituro alla salsiccia, la vita al Wurst.

Verrebbe quasi da dire che, quando si disquisisce di salsicce, almeno in Germania c’è pane per proprio tutti i denti.

Leggi il blog di Miriam Franchina, Teutoniche Schegge

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