Olocausto
L’entrata del campo di concentramento di Buchenwald [© Lars K Jensen on Flickr / CC BY 2.0]

di Lucia Conti

Gilberto Salmoni nasce a Genova nel 1928. All’età di quindici anni, nel 1944, viene arrestato dalla Milizia della Repubblica di Salò presso la frontiera svizzera, mentre cerca di scappare con tutta la famiglia dopo la promulgazione delle leggi razziali.

Vengono tutti consegnati alla gendarmeria tedesca e quindi alle SS, che li fanno salire su due treni. In occasione di una sosta ad Innsbruck il giovane Gilberto e suo fratello si accorgono che i genitori e la sorella sono stati caricati in un vagone su cui spicca la scritta Auschwitz, la più temuta. Sul loro vagone c’è invece scritto Buchenwald. È ormai chiaro che quel viaggio si trasformerà in un incubo.

All’arrivo si palesa subito la terribile realtà del campo. La fatica è devastante, la fame estenuante, le condizioni terribili. Salmoni prende lo scorbuto, mangia patate crude, dorme su una tavola cosparsa di paglia che divide con un altro internato e cerca di sopravvivere. Nell’aprile del 1945 viene liberato e scopre che i suoi genitori sono stati uccisi nelle camere a gas di Auschwitz pochi giorni dal loro arrivo e che ha perso anche la sorella.

Sulla sua esperienza scriverà un libro, “Una storia nella Storia” (fratelli Frilli Editori), e un racconto pubblicato su “Ebrei genovesi raccontano” (Giuntina editore).

[© Allie Caulfield on Flickr / CC BY 2.0]
Una panoramica del campo di prigionia [© Allie Caulfield on Flickr / CC BY 2.0]

Signor Salmoni, quanti anni aveva quando fu deportato a Buchenwald?

Sedici anni.

Come reagirono gli italiani alle leggi razziali, prima, e alla vostra deportazione, dopo?

In modo vario. Gli amici dispiaciuti. Altri indifferenti o con approvazione.

Esisteva l’amicizia, a Buchenwald?

Sì, esisteva amicizia e molta solidarietà.

Che ricordo ha del giorno della sua liberazione?

La sorpresa di vedere un internato con il fucile. Esisteva un Comitato di Resistenza clandestino. Poi, il giorno dopo, una Jeep è entrata nel lager.

Gli anni sono riusciti ad attenuare l’orrore dei ricordi?

Sì.

Lei è tra i pochi sopravvissuti in grado di testimoniare l’aberrazione dell’olocausto. Cosa si sente di dire a chi la nega o la ridimensiona?

Che è un superficiale che non si è mai interessato di approfondire che cosa era successo in Germania, in Polonia e anche in Italia. Altrimenti non potrebbe negare.

Il capitano delle SS Erich Priebke è recentemente morto lasciando scritto di non aver mai avuto notizia dello sterminio degli ebrei. Come ha reagito?

Con indifferenza. Da un uomo così non ci si poteva aspettare altro.

Concluda in piena libertà, rivolgendosi ai nostri lettori con le parole che ritiene più opportune

Tedeschi e italiani hanno accettato un governo in mano a criminali che promettevano vittorie e hanno reso i loro Paesi un cumulo di macerie. Hanno meritato la morte che hanno avuto. Bisogna avere un occhio critico e anche oggi guardare con attenzione e criticare chi governa.

Qui potete leggere anche l’intervista a Piero Terracina, deportato ad Auschwitz-Birkenau