[© Sascha Grabow / CC BY-SA 3.0]
Sascha Grabow / CC BY-SA 3.0 / remixed by Il Mitte]

di Stefano Liberti

L’appuntamento è all’ora del tramonto a un indirizzo di Prenzlauer Berg. Poche indicazioni preliminari: rimanere a digiuno tutto il giorno, portare vestiti comodi e di colore bianco, un sacco a pelo e un secchio. Sul citofono, un foglietto attaccato con lo scotch indica dove suonare: AYA. Ovvero ayahuasca, il “vino dell’anima” nella lingua quechua degli indios amazzonici.

È un normale sabato sera a Berlino e ci prepariamo a una “sessione sciamanica di dilatazione della percezione”. Non siamo a un rave, ma in un salotto borghese con i soffitti stuccati e il parquet. Nella stanza, una trentina di persone. Età varie: dai 20 ai 60. Tedeschi, italiani, spagnoli, un francese, due bulgari e un terzetto di americane. C’è di tutto: dall’avvocato allo studente, dal programmatore di software alla signora sulla cinquantina che è venuta insieme alla figlia adolescente. Lungo i muri della sala, sono adagiati tanti materassi. Ognuno cerca il suo posto. Io e il mio amico Gianluca, che mi introduce in questo mondo, ci stendiamo in un angolo. Sembra un grande pigiama party tra sconosciuti. Si parla poco. Chi è venuto solo, rimane a meditare in silenzio. Chi è in gruppo, discute a bassa voce con i suoi compagni. C’è un’aria di attesa. Poi finalmente arriva Fabian, lo sciamano.

Capelli e barba lunghissimi, gli occhi illuminati da uno sguardo un po’ spiritato, l’uomo ha fatto anni di training nella foresta peruviana. È stato con i curanderos. Ha appreso le arti dell’ayahuasca. E oggi esercita, in giro per tutto il nord del mondo, il ruolo del somministratore: vive a Cape Town, in Sudafrica, ma da lì si muove per lunghe tournée in Europa e in Nord America. Il suo mercato di riferimento è Facebook: in gruppi chiusi, segnala le date delle sessioni nelle varie città del mondo. L’iscrizione avviene con un formulario elettronico su un altro sito. Mediante messaggio privato, il giorno prima della sessione si riceve l’indirizzo del luogo dove avviene l’incontro. La sostanza non è formalmente vietata, anche se il suo principio attivo (il Dmt) è inserito in molti paesi tra le sostanze stupefacenti e psicotrope proibite. Quindi meglio non dare troppo nell’occhio.

Tra new age e spirito di setta, il culto dell’ayahuasca sta attraversando come un’onda anomala le società occidentali. È la droga del ceto medio e medio-alto. Non dà dipendenza. Non è chimica. Può avere effetti allucinogeni, ma meno potenti della mescalina, il principio attivo del peyote. È la droga della ricerca di se stessi, di un rapporto nuovo con il mondo e con la natura, di un modello alternativo a quello del capitalismo globalizzato. Una sessione riuscita produce un’introspezione nella psiche che può equivalere secondo i suoi sostenitori a dieci anni di psicanalisi.

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