Un frame di “Belleville Baby”
Un frame di “Belleville Baby”

di Elisa Cuter

Femminile e femminista sono sinonimi? Se sì, in che misura? Perché molte donne (e molti uomini) esitano a definirsi femministi, mentre non hanno problemi ad aderire, almeno a parole, ad altre lotte, come quella contro il razzismo o la discriminazione degli omosessuali? Quali sono, in paesi emancipati come la Germania, i segni del fatto che la parità dei sessi non è ancora stata raggiunta?

Questa ed altre domande sorgono guardando in retrospettiva la Feminist Film Week di Berlino, conclusasi mercoledì. La settimana, breve ma densa, ha presentato numerosi film e documentari, cercando di spaziare il più possibile tra le tematiche, le provenienze e le forme d’espressione. Come dichiarato della curatrice Karin Fornander, filo conduttore principale è stata la scelta di presentare il lavoro di cineaste donne (“non per escludere gli uomini, ma per includere coloro che di solito non hanno spazio”). Un trait d’union vago abbastanza da garantire un programma molto variegato.

Inevitabili (perché sempre necessarie) le riflessioni sul corpo e sulla sessualità, in una serata (titolata, ça va sans dire,My body belongs to me”) introdotta dall’attivista pro-porno Laura Méritt, che all’eloquente grido di “Viva la vulva!” ha presentato una serie di corti che spaziavano dalla differenza di genere al problema del catcalling, da quello della labioplastica ai disturbi dell’alimentazione, fino allo sfruttamento nell’industria del porno, tutti affrontati con registri altrettanto vari, dall’ironico al commovente.

Toccante anche Belleville Baby, il film di Mia Enberg già presentato alla Berlinale dello scorso anno. La regista svedese utilizza la tecnica del documentario per rievocare la sua vita a Parigi negli anni ’90, condivisa con uno spacciatore magrebino che sarà la sua porta d’accesso per un mondo che non è il suo.

La riflessione acuta e attenta sulla differenza dei loro background e dei rispettivi destini, unita al confronto con altre vicende analoghe, testimonia della sensibilità della regista nel rapportarsi al reale per comprenderlo ed elaborarlo, un’operazione simile a quella di Alina Marazzi in Un’ora sola ti vorrei. A precedere il film di Enberg, una serie di corti legati alla famiglia e agli affetti declinati al femminile: dalle relazioni omosessuali (da segnalare il bellissimo ritratto di una coppia di anziane cambogiane, Two girls against the rain) all’amicizia tra ragazze nell’adolescenza.

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Thou Wast Mild and Lovely

Dalla Berlinale proveniva anche Thou Wast Mild and Lovely, della texana Josephine Decker (presente al Festival di quest’anno anche con Butter on the Latch), con cui si è conclusa la rassegna, un intrigante e onirico southern gothic sulla pericolosità del desiderio, esercitato e subìto in modi diversi da tutti i personaggi coinvolti nella storia: un violento padre red neck, la di lui figlia adolescente non così innocente e un giovane che lavora come manovale nella fattoria dei due.

Infine non sono mancate le celebrazioni di donne illustri come Yoani Sanchez, Zeng Jinyan e Farnaz Seifi, grazie al documentario Forbidden Voices di Barbara Miller, simboli di resistenza politica echeggiati anche dalla rassegna di cortometraggi “Not without a fight”.

È stato forse questo il contributo più interessante della settimana. A riprova della volontà di mostrare esempi di donne che rivendicano il loro diritto di essere una forza politica, sollevando quindi la questione dell’intersezionalità delle lotte che tanto femminismo recente (specie italiano) sembra dimenticare: non c’è, né può esserci, una “sorellanza” che trascenda le differenze di classe e di etnia senza puntare ad eliminarle.

Siamo contenti di constatare che, come dimostrato dal film d’apertura Eat Sleep Die, che presenta una figura femminile in aperto contrasto con le regole della società e dell’economia occidentale, non si è voluto limitare il discorso femminista a una “questione da donne”.

Senza volere screditare come tali le riflessioni sul corpo o sugli affetti, bisogna ammettere che le serate ad esse dedicate hanno rappresentato il punto debole della rassegna. Forse per un errore di valutazione sul target che l’iniziativa avrebbe raggiunto, la scelta dei corti si è dimostrata un po’ troppo divulgativa per il pubblico presente, che sembrava invece avere già parecchia dimestichezza con i body-politics, mentre un discorso più circostanziato e autocosciente sugli intenti della rassegna si è perso in quelle che in alcuni casi sono parse delle ovvietà.

Tuttavia non si può non dirsi soddisfatti di una manifestazione che speriamo guadagni sempre più visibilità con gli anni, anche perché il programma, partendo da una storia privata per poi passare al discorso “pubblico” e politico prima di tornare al discorso più intimo sul corpo e sul desiderio, ha sottolineato contro ogni essenzialismo che è la società in cui viviamo a determinare tanti dei problemi correlati all’essere donna.

E ci ha ricordato che personale e politico sono più legati di quanto l’individualismo degli ultimi decenni non ci abbia fatto credere.

twitter /@elisacuter