[© bonus1up on Flickr / CC BY 2.0]
La fila fuori dal Berghain durante un’alba qualunque [© bonus1up on Flickr / CC BY 2.0]

di Valerio Bassan
(@valeriobassan)

“Berlino è finita”, titolava provocatoriamente qualche giorno fa Max Read su Gawker, celebre blog americano di gossip e spettacolo. E non è il solo.

Per una buona parte della stampa americana, infatti, pare che la capitale tedesca sia affondata insieme all’autenticità della sua scena musicale; i suoi giorni come Mecca cool sembrano essere ormai agli sgoccioli, il suo regno pare essere stato travolto da gentrificazione e turismo, annientato dalle fondamenta. Così come la techno avrebbe unito Berlino, così la sua deriva ne avrebbe decretato la fine.

Al centro dello “scandalo” c’è (ovviamente) il Berghain, il club electro più famoso di Berlino e del mondo che, come spiega questo articolo pubblicato da Rolling Stone e firmato da Thomas Rogers, «si è trasformato da  fenomeno locale, la cui fama risiedeva nei festini scandalosi e nelle droghe, in una delle attrazioni più conosciute della città», rovinato da «turistizzazione» e «internazionalizzazione».

«Che senso ha definire un club “underground” se il mondo intero vuole ballarci?», si interroga inoltre il giornalista di Rolling Stone, affermando – al termine del lungo reportage, attraverso la voce di un intervistato – di vedere soltanto “due opzioni possibili” per il futuro di un club che «prima o poi smetterà di essere cool»: o «si trasformerà in una istituzione, la filarmonica della musica elettronica» oppure «scivolerà nell’abisso».

Una storia simile è stata raccontata qualche giorno fa anche dal New York Times, che in un articolo racconta come la scena techno berlinese sia stata «invasa dai bohemien di Brooklyn», sottolineando – all’interno di un articolo firmato da Zeke Turner – come, negli ultimi dieci anni, il numero di americani residenti in città sia più che raddoppiato.

Il quotidiano americano spiega anche come l’immigrazione stia “americanizzando” la musica elettronica in città anche in club storici come il Berghain; tuttavia, evidenzia come Berlino sia ancora molto vantaggiosa rispetto ad una città come New York quando si parla di abitudini notturne: quello che è difficile a NYC è facile a Berlino, come ad esempio ballare spendendo poco, divertirsi facilmente, comprare droga senza problemi.

Come il Times, anche Rolling Stone non chiude però definitivamente la porta alla coolness di Berlino. Il perché è presto detto: la città resta «frammentata, lercia e caotica» (il che contribuisce a tenerne vivo il mito underground) e i prezzi rimangono bassi, i locali «grezzi e autentici», ed è più facile vedere «due persone che fanno sesso sul bancone» che «una celebrity».

Berlino è dunque davvero “finita”, deceduta insieme alla sua scena techno, soffocata dalla gentrificazione? Oppure il solo fatto che tre testate americane ne parlino a pochi giorni di distanza dimostra esattamente il contrario?

Hanno ammazzato Berlino, Berlino è viva. Voi cosa ne pensate?

7 Commenti

  1. ne penso che, per chi conosce bene la rivista Rolling Stone, sa che ogni loro articolo che parla di EDM è solo ed esclusivamente denigratorio e polemico, oltre ad averne loro una conoscenza molto superficiale e stereotipata.
    cercano di buttarsi in quel settore, visto che il loro oggi tira molto meno, ma con risultati pessimi.
    non date credito a quella rivista quando parla di EDM o di eventi/città/interazioni sociali che girano attorno all’EDM, sono una manica di nostalgici del rock (tutto legittimo, intendiamoci), ma rimasti ancorati a schemi molto vecchi e datati, cioè quelli delle rock-band anni 60/70.
    illeggibili da tempo, lasciate perdere.

  2. non è assolutamente vero! vero è che il club in questione è cambiato rispetto agli anni passati, con un flusso maggiore di persone e di turisti (con turisti intendo quelli che non hanno una cultura club). Ma credo che questo sia positivo, anzi, è segno di voler star al passo coi tempi e la musica. Quindi è normale che ci siano influenze musicali non del tutto berlinesi, ma piuttosto americane o britanniche…
    Fatto sta che il club con le sue “sub-regole” uniche, comparandole ad altri clubs, resterà sempre unico e questa è la sua forza e il suo fascino, per cui così tanti “stranieri” vogliono farne parte.
    E Berlino non l’ ammazza nessuno!! ;)
    Hipsters astenersi BITTE.

  3. ??? Riconosco che il punto interrogativo, sia una risposta evasiva. Ma sto qui vivendo e osservando con stupore misto a qualche ombra di tristezza la lenta e capitalistica trasformazione della città. Attendo, e forse anch’io segretamente, aspiro ad una rivoluzione dal basso che blocchi e rivolti la denigrazione malsana, del dollaro e dell’euro, a discapito dell’alternativa verde, eco, recupero, musicale, di condivisione,e altro ancora, che nei tubi rosa che attraversano la città, lentamente e profondamente, continua a fluire!

  4. «Che senso ha definire un club “underground” se il mondo intero vuole ballarci?»
    il mondo intero vorrebbe ballarci ma ci entra solo lo 0,05% del mondo la dentro .. e credo che proprio questo aiuti a lasciare il club underground

  5. Dico io ma a Berlino ci sono “2000” club e qualcuno,secondo me, anche più carino del Berghain e non fate altro che parlare di Berghain quindi è pure un po colpa vostra. Aggiungerei al commento che Berlino oltre a non essere solo Berghain non è solo Techno

  6. Berlino “era” underground quando era EST, dove il muro divideva due culture, opprimeva e costringeva i divisi a crearsi un mondo nascosto dove regnavano emozioni di gioia e dolore espresse tramite arte e musica (questo è l’underground!).
    Purtroppo l’abbattimento del muro ha portato con sè tutto il resto, ed oggi quel che rimane sono frammenti di cemento e storia che, mischiandosi con una cultura un pò più “occidentale” e in un certo senso più libera ha sommerso ciò che l’ha resa diversa.

    “Il muro ha diviso creando,il muro ha unito distruggendo.”

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