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di Emilio Tamburini

L’ultimo film di Resnais, Aimer, Boire et Chanter, esce dalla Berlinale vincitore del premio Bauer per l’innovazione cinematografica. Effettivamente si tratta di un’opera piuttosto originale, fuori dai canoni tradizionali. Che questa originalità sia anche efficacia e “apra nuove prospettive”, come recita la descrizione del premio, è forse discutibile.

Adattamento allo schermo di una piece teatrale di Alan Ayckbourn – dal cui lavoro Resnais aveva già tratto due film – intitolata Life of Riley, questa pellicola mette in scena le dinamiche di coppia di sei personaggi, impegnati a loro volta nella realizzazione di uno spettacolo teatrale.

Quello che sarà il trait d’union si manifesta fin dall’inizio. Il medico Colin (Hippolyte Girardot) e sua moglie Kathryn (Sabine Azéma) stanno bisticciando sulla durata delle pause nel copione quando lui le rivela che a George, amico comune nonché suo paziente, restano pochi mesi di vita.

Il più affranto dalla notizia sembra essere il suo amico Jack (Michel Vuillermoz), uomo di successo che ricorda in lacrime la loro amicizia ai tempi del liceo. Ma di fatto, pur essendo il legame di questi personaggi con George l’elemento che regge la trama, la dimensione del ricordo tanto cara a questo regista si rivela assente. Così come è assente George.

Questo infatti l’aspetto centrale del film: non lo vediamo mai, ma per tutto il tempo sentiamo parlare di lui, fin da quando gli amici decidono di assegnargli una parte nello spettacolo per riempire una parte vacante, ma soprattutto per offrirgli un’occasione di svago nell’attesa della propria fine.

Un plot simile si adatterebbe facilmente a una pellicola drammatica e intimista, cosa che si verifica ad esempio in un film come Piccole bugie tra amici (Guillaume Canet, 2010), che presenta la stessa identica dinamica. L’amico in pericolo di vita, la frivolezza di uomini e donne le cui falsità e debolezze si stagliano sullo sfondo di questa minaccia latente e invisibile, che agisce come un filtro su ciò che viene invece mostrato. In quel caso alla fine la tragedia esplode, dopo un tot di risate venate di amarezza.

In Ameir, Boire e Chanter della tragedia non c’è neanche l’ombra, e pur disegnando le trame della vita in risalto sullo sfondo della morte, la cifra di quest’opera è quella della commedia. Sappiamo che George morirà e questo è tutto, così come lo sanno i suoi amici. Ma ben presto questa preoccupazione viene sostituita da altre di natura più prosaica.

George si rivela infatti essere un gran mattacchione, dal momento che innesca una relazione con tutte e tre le donne del film. Ognuna di loro sembra cedere, con gran disperazione dei loro partner, Kathryn in preda a una regressione adolescenziale, l’ex moglie Monica (Sandrine Kiberlain) per senso del dovere, Tamara (Caroline Sihol) per vendicarsi di Jack, marito infedele. Ma attraverso questo ironico stratagemma, il quasi defunto George offrirà ai suoi amici la possibilità di riscoprire il valore dei loro rapporti coniugali.

Se la finzione cinematografica è esclusa dal fatto che gli attori si muovono, anche se non molto, su fondali teatrali colorati quanto anonimi, anche la relazioni tra i personaggi non costruiscono una storia da cui possiamo essere catturati. Il tutto rimane a bassa temperatura, un reale approfondimento psicologico non interessa a Resnais, né gli interessa coinvolgere emotivamente lo spettatore.

Quella che si sviluppa sullo schermo è un’estetica del distacco, finalizzata a mostrare i volti dei protagonisti lì e in quel momento, mentre pronunciano la loro battuta. La recitazione è il cuore pulsante di questo film, con un cast che riunisce attori cari al regista, tra cui André Dussollier nel ruolo del nuovo compagno di Monica.

Durante i dialoghi, a turno ognuno di loro viene isolato su uno sfondo a righe come i partecipanti di un reality show, mentre i cambi di scena sono scanditi da disegni di esterni e da riprese in movimento di strade di campagna, accompagnati da brevi jingle musicali peraltro di gusto assai dubbio. Certo lo scopo del distacco viene raggiunto, ma non senza pagare il prezzo dell’integrità e della compattezza dell’opera, a cui viene inflitto il colpo di grazia da una molto pacchiana talpa peluche che per ben due volte appare sullo schermo per qualche secondo senza ragione apparente.

Comunque si avverte la consapevolezza dello sguardo di un grande maestro del cinema. Ma a novantadue anni e con alle spalle una carriera che si perde ormai nella notte dei tempi, il regista di Hiroshima, mon amour ha soprattutto voglia di giocare, o almeno di sorridere.

Così ci mostra sei personaggi in cerca di George, o forse di se stessi, in un film che parla della  vita e della morte con leggerezza e in cui si ama, si beve e … no, non si canta. Ma alla première del film, a cui il regista ha dovuto rinunciare per motivi di salute, gli attori riuniti sul palco hanno rimediato, intonando canzoni in francese e perfino in tedesco.

IL TRAILER: