La stazione metro di Willy Brandt Platz sotto il Schauspiel e l'Opera. Foto ©Sacratomato_hr / Flickr / CC BY-SA 2.0 / remixed by Il Mitte
La stazione metro di Willy Brandt Platz sotto il Schauspiel e l’Opera.
Foto ©Sacratomato_hr / Flickr / CC BY-SA 2.0 / remixed by Il Mitte

Bannerino_FrancoforteFrancoforte – Appena qualche giorno fa avevamo riportato di una serata al Club Voltaire dedicata alle tesi sulla cultura dell’Oberbürgermeister Feldmann. Ieri, 11 febbraio, il medesimo dibattito sembra essersi svolto di nuovo, questa volta in maniera più ufficiale.

Alla Cantate-Saal si sono riuniti, richiamati dai Verdi, i più importanti rappresentati delle istituzioni culturali di Francoforte. Il tema è stato di nuovo quello della politica culturale della città. Presenti tra gli altri erano la direttrice del Museum für Moderne Kunst Susanne Gaensheimer, il direttore del Schauspiel Willy Praml, il direttore artistico dell’opera Bernd Loebe e il padrone di casa del Fliegenden Volksbühne Michael Quast.

Oggetto della discussione appunto la prospettiva di Feldmann, che sembra concepire la cultura come “mezzo per raggiungere fini sociali ed economici”. Dietro questa formulazione però si nasconde di fatto una politica di tagli che sembra stia mettendo in difficoltà le istituzioni museali e artistiche di Francoforte.

Il risultato chiarito anche durante il dibattito è che dove la città si ritira subentrano, quando ci sono, i privati. Ma la domanda nasce spontanea: che tipo di arte e cultura possono o hanno interesse a finanziare i facoltosi investitori francofortesi?

In una intervista uscita oggi sul Frankfurter Rundschau Feldmann difende il proprio documento e si felicita che abbia suscitato un grande dibattito e respinge l’accusa principale che gli è stata mossa. Il pomo della discordia sembra infatti essere la subordinazione della politica culturale ad una politica sociale. In linea con l’atteggiamento tipico della Bildungbürgertum quello che gli operatori chiedono è una cultura libera dai giochi materiali che albergano nella società, innovativa proprio perché esterna e quindi finanziata riccamente. L’opposto di quanto sostiene il sindaco.

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Il sindaco si spiega e ribadisce: “la cultura è qualcosa che deve essere compresa nel contesto della vita della società. Non può astrarre dalle condizioni di vita reali”. A parole la posizione del sindaco non può che essere condivisa. Sottolinea anche il valore culturale della produzione hip hop e jazz della città, lontana dalle passioni della borghesia illuminata francofortese.

Indubbiamente Feldmann ha dei buoni argomenti della sua. Come non criticare un certo settarismo di alcune istituzioni dove la cultura diventa spesso una vetrina? Ma allo stesso tempo, sono buoni almeno tanto quanto quelli dei suoi contestatori.  Come sostenere delle tesi valide se poi l’effetto pratico è quello di tagli al budget culturale?

A noi sembra che tagliare alla cultura per “aprire le porte” per una cultura più radicata nel sociale, rischi di diventare una scusa per ridurre le spese della città e niente più. D’altronde ci si chiede come possa essere sicuro Feldmann che esista una cultura francofortese critica e radicale (egli stesso nell’intervista ricorda con nostalgia il regista Fassbinder e l’arte critica dei decenni passati) pronta a tenere testa alla cultura dell’alta borghesia pur senza i soldi di quest’ultima. Per non parlare del fatto che l’SPD al di là di rammentare le glorie del passato probabilmente quando intende sostenere una cultura radicata nel sociale probabilmente pensa a tutto fuorché ad una cultura contestatrice come quella degli anni Sessanta e Settanta.

In questo caso ha ragione Loebe che a capo di una delle istituzioni più elitarie di Francoforte l’altra sera ha comunque sottolineato che è importante per una politica culturale efficace che la città mantenga un teatro con un “nocciolo sovversivo”. A livello teorico è sicuramente quello che forse riesce meglio ad afferrare il tema, ma alla fine sembra che dietro alle belle parole dei contendenti ci sia sempre solo il problema dei soldi.

Alessandro Grassi


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