Una scena del film
Una scena del film

di Elisa Cuter
(pubblicato originariamente su Linkiesta.it)

Nel suo saggio su L’immaginazione pornografica, Susan Sontag osservava che in Histoire d’O, celebre romanzo erotico di Dominque Aury, «il sommo bene è la trascendenza della personalità». Nel libro di Aury, come in tutta la pornografia (intesa come esperienza “protetta” in cui esercitare la portata estrema della propria fantasia) si cela il desiderio primordiale della perdita dell’individuazione.

Basterebbe questa constatazione a stabilire che Nymphomaniac, anche nella sua versione uncut presentata ieri in anteprima mondiale alla Berlinale, non è un porno. Non solo quindi perché le scene tagliate si sono rivelate non poi così esplicite (le — poche — penetrazioni sono state “incollate” in digitale sugli attori principali) e nemmeno perché quella che agli occhi del regista vorrebbe suonare come una provocazione sembra, almeno in questo primo capitolo, niente più che una sessualità seriale e promiscua ravvivata da un complesso di Elettra irrisolto.

Il film di Lars Von Trier non è un porno perché l’esperienza che racconta non è pornografica nel senso descritto da Sontag, non ha a che fare con nessuna esperienza estatica o dionisiaca. Joe (interpretata da Charlotte Gainsbourg ma in tutti i flashback dall’esordiente Stacy Martin), autoproclamatasi ninfomane che racconta la propria vita a un vecchio che l’ha trovata priva di sensi per strada, non ha vissuto attraverso al sesso un’esperienza di perdita di sé. Tutt’altro.

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