[© Klaus Stiegemeyer - Admiralpalast on Flickr / www.jojankowski.de / CC BY-ND 2.0]
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«Un uomo si sveglia in un posto sconosciuto. Un vuoto di memoria, inspiegabile e preoccupante, gli impedisce di ricordare quanto è accaduto».

«Per fortuna ci sono Hans, Rebecca, Otto e Greta: volti appartenenti a quella moltitudine di anime che affolla le strade di una città senza requie, vera co-protagonista di questa storia. E c’è un film, datato 1919, impolverato e compromesso da decenni di critica cinematografica».

Questa la trama di «Teoria del risveglio», romanzo ambientato nella Berlino degli anni ’20, scritto da Davide Potente e pubblicato da Arduino Sacco Editore.

Ve ne proponiamo un estratto in anteprima:

Teoria del Risveglio copertina[…] La città non conosceva requie. Ovunque andassi c’era un continuo movimento, come se tutte quelle persone stessero vivendo un inesauribile conto alla rovescia. C’era audacia nei cappelli delle signore in abito da sera, spensieratezza nella musica proveniente dagli angoli delle piazze, fermento nello sguardo dei camerieri e tra i fiammiferi dei venditori ambulanti a bordo strada. […]

Ed infine eccola la notte berlinese al suo principio, con gli uscieri degli hotel in livree verdi a sorvegliare una porta girevole e con i locali a lanciare ammiccanti segnali di richiamo in un turbine di kilowatt, tra le vetture a cavallo e i cavi ciondolanti dei tralicci.

[…] Per raggiungere il teatro avevo chiesto indicazioni a un passante. Ci avrei messo solo una manciata di minuti prendendo uno di quei tram gialli con i rimorchi cigolanti, l’ideale per chi voleva raggiungere il centro dai quartieri ad est.

Accanto a me c’era una famiglia di contadini al completo che si recava in città per chissà quali affari. Era evidente che per loro si trattava della prima volta: guardavano dal finestrino estasiati dalle schiere di edifici, quasi spaventati dal pensiero di quanta umanità si potesse nascondere dietro una fila di finestre tutte uguali.

Erano increduli per la quantità di gente che passeggiava lungo la strada e popolava la sera, e parevano storditi dal rumore del traffico e dallo stridere dei freni in quel groviglio di pietra e acciaio. La donna si strinse più forte al marito quando ad un incrocio il piccolo vagone accelerò sul comando del conducente ed i piedi dei passeggeri presero a vibrare assieme ad esso.

L’uomo posò una mano sul capo del figlio in un gesto di orgoglio e di istintiva protezione. Il mezzo scivolò fra il chiarore ovattato delle lampade ad arco, per arrivare fino alla luminescenza delle insegne, delle réclame dei negozi e di quelle che pendevano dalle balconate e dai frontoni dei cabaret che inghiottivano e risputavano gente.

Scesero un paio di fermate prima della mia. Stavano fermi sulle proprie gambe, confusi e disorientati, intontiti, negli occhi il velato timore che da quel momento in poi nulla sarebbe stato come prima. Il tram ripartì e quelle tre figure diventarono una sola, fino a perdersi in fondo al viale. La fine della corsa giunse anche per me pochi minuti dopo. Il teatro si trovava nei pressi di una piazza che ancora adesso è lì, ma ha un altro nome.

[…] Mi guardai attorno. Volti sorridenti che testimoniavano una vita ritrovata. Volti che speravano, che temevano, che attendevano con trepidazione l’esito di un cambiamento. Che dovesse arrivare era inevitabile, solo non era chiaro di cosa si trattasse. Solo non era chiaro cosa sarebbe accaduto di preciso.

Ma io sapevo. Sapevo quello che sarebbe accaduto. Sapevo che una società permissiva è solo l’anticamera di una dittatura. Berlino, millenovecentoventuno. Affondai il volto fra le mani, sforzandomi di non pensare.

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