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Il 14 novembre 1970, Hans-Joachim Zock sgattaiolò in una vecchia fabbrica affacciata sul lato orientale della Sprea.

Da lì, indossando il suo cappotto grigio, si gettò nell’acqua gelida, cercando di raggiungere il lato opposto del fiume, la tanto agognata Berlino Ovest.

Il suo piano non funzionò. Zock annegò e il suo corpo venne recuperato un mese più tardi, il 17 dicembre, dalle forze di polizia della DDR. In fretta e furia, gli agenti catalogarono il caso come un incidente: nessuno volle guardare in faccia la verità, e cioè che l’uomo era – a tutti gli effetti – una vittima del Muro.

La verità è tornata alla luce pochi giorni fa, quando lo storico Jan Kostka della Freie Universität ha mostrato ai giornalisti della BILD le prove dell’accaduto.

Zock infatti, nella tasca interna del cappotto, teneva una foto del figlio e un biglietto, indirizzato alla zia, residente a Berlino Ovest: «Non ce la faccio più a vivere qui. Se stai leggendo queste righe, probabilmente non sarò più vivo”, si legge sul foglio.

Nato in Germania Ovest, Zock si era ritrovato costretto a vivere nel segmento est di Berlino. Una condanna che faticava a sopportare e che lo ha spinto all’estremo tentativo: una rischiosa fuga verso l’altra sponda della Sprea.

Hans-Joachim Zock si unisce dunque al lungo elenco di uomini e donne morti nel tentativo di superare la barriera che divise in due la capitale tedesca per trent’anni. Non più 137, come riportano le enciclopedie e i libri di storia, ma 138. La memoria di Zock, l’ultima vittima del Muro, sarà onorata.

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