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Foto © Magnus Ragnvid [Modella: Medea Paffenholz / Visagista: Daniela Karstädt]

di Juli Piscedda

Originaria della foresta nera, amante dei viaggi e di Venezia, trapiantata a Berlino. Isabel Vollrath è una stilista emergente che ha le idee chiare, a livello personale ed artistico, dove punta moltissimo sull’utilizzo di materiali riciclati. Le sue creazioni, già mostrate sulle passerelle di mezza Europa, sono state definite da Wolfgang Ley, fondatore di Escada, «una narrazione poetica composta da tante differenti storie». L’abbiamo incontrata a Berlino per un’intervista sul suo lavoro.

Come e quando è nata la tua passione per la moda?
Quando ero piccola. Osservavo mia madre mentre cuciva vestiti per me e i miei fratelli. Mi incantavo di fronte alla macchina da cucire con l’istinto di usarla, anche se non me l’ha mai permesso. Aveva paura che potessi rovinarla. Quindi ho iniziato a lavorare a mano, con ago e filo, sperimentando qualche modifica sui miei vestiti. Cose particolari per una sedicenne, tanto che i ragazzi a scuola mi prendevano in giro.

Dopo il diploma mio padre voleva che studiassi medicina. Il mio sogno però era un altro. Mi sentivo “la maestra dei vestiti”. Ero una sarta, una stilista, una pazza creativa. Così ho iniziato a lavorare come apprendista in una sartoria per abiti da uomo. Dopo aver terminato la mia formazione la mia famiglia provò nuovamente ad indirizzarmi verso gli studi universitari, questa volta nel settore della chirurgia. Ricordo che mio padre, cercando di convincermi, mi disse: “Bene, adesso che sei diventata brava con l’ago e il filo, perché non studi Chirurgia”? Io replicai: “No papà, voglio lavorare sui tessuti, non sulla carne”. Ero molto determinata. Lasciai la foresta nera, tentai il test d’ingresso all’Accademia delle belle arti di Berlino, lo superai e iniziai a studiare moda.

Quando hai realizzato il tuo primo abito, o accessorio, e con quale materiale?
Il mio primo capo è stato un pantalone  di jeans e pezze di stoffa prodotto con materiale da riciclo. Interamente  cucito a mano.

Questo è un punto interessante perché, solitamente, per le tue creazioni utilizzi materiali da riciclo come scarpe per la danza. Dove li trovi?
La danza classica è il mio hobby. L’idea di usare scarpe dei ballerini mi venne durante una lezione di danza, mentre stavo alla barra. Successivamente, chiesi a tutti i ballerini della classe di non buttare via le loro scarpe. Da quel momento gli artisti iniziarono a mettere da parte le loro scarpe per me. Inoltre chiedevo alle scuole di danza, come la Staatliche Ballettschule Berlin e lo Staatsballett Berlin. Ho un buon rapporto con le Opere di Berlino. Dal 2005 lavoro come stilista e conosco bene tutto lo staff, compresi, appunto, i ballerini. Dal 2013, poi, ho stretto un bel rapporto d’amicizia con una delle ballerine dello Stattsballett, Maria Giambona, che mi cede sempre le sue scarpe. Così nel luglio dello stesso anno ho creato per lei il mio primo abito di “Couture” su misura. Ci tengo a sottolineare che tutte le scarpe e il materiale che uso viene, ovviamente, lavato bene prima di essere riutilizzato.

Uno dei tuoi abiti è stato realizzato con un semplice sacco usato per trasportare i chicchi di caffe. Com’è nata l’idea?
Questa linea di capi è una parte della mia collezione chiamata “Lost and Found St. Petersburg”. Il nome nasce da un mio soggiorno in Russia. Dopo il diploma, vinsi una borsa di studio per un dottorato di ricerca sull’arte. Sfortunatamente con il russo non me la cavavo molto bene e lì non parlavano né inglese, né tantomeno il tedesco o l’italiano. È stato un periodo molto duro perché mi sentivo molto sola, persa, senza amici. Un periodo difficile che però si è rivelato creativo. La cultura russa mi ha stregata: il popolo, la sua storia, l’architettura di St. Pietroburgo, i modi di vivere, l’arte, la lingua, tutto era molto affascinante.

Quest’avventura in terra russa mi ha spinto a creare una mia collezione rappresentata da due caratteristiche proprio come la mia esperienza (da qui il nome Lost & Found): la mia battaglia contro la solitudine e la povertà del paese, da un lato, e il bagaglio culturale e personale che tutt’ora custodisco come un tesoro. Il mio intento era quello di raccontare delle brevi storie, quindi ciascuna creazione, presente all’interno di questa collezione, rappresenta una piccolo episodio.

Il sacco del caffè è prodotto con la juta, che a mio parere è un materiale fastidioso, provoca prurito e ha un aspetto di povertà, (sensazione che ho provato durante il soggiorno) ma è anche il simbolo della popolazione russa meno abbiente che vive in campagna. Le scarpe da danza, invece, sono una mia grande passione, e simboleggiano la storia della danza che nasce in Russia (basti pensare al Teatro Marijinski e ai Balletti Russi). Poi c’è la camicia di venti maniche (simbolo della mia parte Lost), un capo stile “Matrioschka”, la bambola russa, e un altro realizzato con le piume. Posso citare anche dei vestiti “Couture”, un mix fra la giacca militare e l’abito da danza, ricavato con i materiali degli abiti professionali, in neon Orange “shocking” e nero-

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Foto © Scott Elliott [Modella: Anna Reichardt / Visagista: Daniela Karstädt]

Mediamente, data la particolarità dei capi, quanto tempo impieghi per realizzarne uno?
Ogni pezzo per me è un pezzo d’arte, una scultura, un mezzo di espressione. Io non penso mai alla vendita del vestito. Ogni pezzo ha un significato, una storia. Lavoro senza preoccuparmi del tempo. Non mi metto fretta. Un pezzo è pronto quando è finito. Ci sono pezzi artistici per i cui mi servono due settimane o tre. Dipende del taglio e dal materiale.

Nata e cresciuta in Germania ma con la passione per l’Italia e l’Italiano che hai imparato durante uno dei tuoi soggiorni a Venezia. Qual è lo stilista italiano al quale ti ispiri maggiormente?
È difficile rispondere a questa domanda. Non guardo spesso cosa fanno gli altri. Chi ammiro in modo particolare  sono Hussein Chalayan, Alexander McQueen e Vivienne Westwood ma loro stanno in Inghilterra. Ovviamente ci sono anche stilisti o marche italiane che adoro particolarmente come “Missoni” e “Dolce&Gabbana“. Anche “Bottega Veneta” non mi dispiace assolutamente.

Hai partecipato a moltissime sfilate di moda, soprattutto in Germania, come la Berlin Fashion Week. Quali sono le prossime esposizioni in programma?
Devo correggerti: alla Berlin Fashion Week non avevo alcuna sfilata in programma. Purtroppo sono molto care, fra 10.000€ e 30.000€, e non ho avuto la possibilità di acquistare lo spazio, perché attualmente non ho uno sponsor. Però durante quella settimana ho tenuto degli “Showroom” o altri eventi che mi hanno permesso di acquisire visibilità. Nel corso degli anni ho anche partecipato a numerose sfilate, durante vari  concorsi come l’ITS#11 a Trieste, il Baltic Fashion Award a Usedom o le sfilate dell’Accademia durante il periodo di formazione, sempre nell’ambito della Fashion Week. Ora mi sto preparando per la prossima sfilata che si terrà all’inizio di Novembre ad Amburgo. Sarà molto importante ma preferisco non rivelare alcun dettaglio. Sarà una sorpresa.

Qual è il pubblico al quale ti rivolgi?
Persone che apprezzano una creazione indipendente, un lavoro artistico, un pezzo unico fatto con passione come artisti, cantanti, ballerini, alternativi ma mi rivolgo anche a teatro, opera, cinema.

Hai un sogno che vorresti realizzare?
Sogno di vivere del mio lavoro, anche se di questi tempi è molto difficile. Ma sogno anche di rimanere ciò che sono: un’artista che si differenzia dalla stilista con l’impronta commerciale. Spero di non diventare mai così. Un altro sogno è quello di trovare un socio che mi aiuti a supportare la mia marca di abbigliamento. Sogno un posto mio, uno showroom, una vetrina ma anche un laboratorio, tipo atelier, galleria, un luogo d’arte in generale. Un posto dove si possano incontrare artisti per discutere e con i quali far nascere nuove idee, dove si possono organizzare  mostre, eventi e aperitivi. Dovrebbe essere un edificio facilmente visibile dalla strada, aperto solo su appuntamento.

In questo momento lavoro in una specie di “fabbrica” situata in un loft al terzo piano di un edificio. Siamo dieci artisti, compresi esperti di designer. Mi piace stare in mezzo alla gente ma la responsabile dello spazio sono io e mi devo occupare di tante, troppe cose e spesso perdo talmente tanto tempo occupandomi di ogni problema che non trovo lo spazio per dedicarmi al mio lavoro. Sono un po’ la “mamma” della situazione e questo mi stanca. Sono sicura però che, dopo tanta fatica, il mio sogno possa diventare realtà.

I’ VR ISABEL VOLLRATH

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